Il 2025 è stato l’anno in cui la minaccia cyber ha cambiato pelle. Lo racconta il nuovo report di Yarix, che fotografa un’Italia attraversata da oltre mezzo milione di eventi di sicurezza e da un aumento del 51% degli attacchi ransomware su scala globale. Un contesto in cui la pressione geopolitica, l’hacktivismo e la frammentazione dei gruppi criminali hanno reso il rischio informatico più rapido, più distribuito e più difficile da intercettare.
In questo scenario nazionale, il Veneto emerge come una delle regioni più esposte. Non è tra le aree con il maggior numero di attacchi in termini assoluti – Lombardia, Emilia‑Romagna e Lazio guidano la classifica – ma resta stabilmente nella fascia alta, con un peso del 10% sul totale degli incidenti ransomware registrati in Italia. Un dato che non sorprende: il tessuto produttivo veneto, fatto di migliaia di piccole e medie imprese, è tra i più dinamici del Paese, ma anche tra i più vulnerabili quando si parla di sicurezza digitale.
La maggior parte delle vittime italiane appartiene proprio a questa categoria: piccole aziende nel 67% dei casi, medie nel 18%. Una fotografia che si sovrappone perfettamente alla realtà veneta, dove molte imprese operano con infrastrutture eterogenee, sistemi legacy e risorse limitate per la protezione informatica. La conseguenza è una superficie di attacco ampia, spesso non monitorata in modo continuativo, che rende più semplice per gli attori malevoli sfruttare vulnerabilità note o credenziali compromesse.
«Il Veneto è una delle regioni più performanti d’Europa sul piano industriale, ma questa forza produttiva non può più prescindere da una sicurezza digitale matura» osserva Mirko Gatto, Head of Cybersecurity di Var Group. «Le PMI sono il cuore dell’economia veneta, ma anche il bersaglio preferito dei criminali informatici. La sfida non è solo tecnologica: è culturale. Serve un cambio di passo che porti le imprese a considerare la cybersecurity non come un costo, ma come un fattore strategico di continuità e competitività».
Il 2025 ha mostrato anche un altro fronte di rischio: quello dell’hacktivismo. Le campagne dimostrative legate ai conflitti internazionali hanno colpito soprattutto le grandi città e le istituzioni accademiche, ma il Veneto non è rimasto ai margini. L’ondata di attacchi tra settembre e ottobre, in concomitanza con l’anniversario del 7 ottobre e con le proteste pro‑Palestina, ha spinto anche gli atenei veneti a rafforzare le difese, consapevoli che il settore dell’istruzione è diventato un bersaglio simbolico per i collettivi digitali.
Il quadro che emerge è quello di una regione che paga la sua stessa forza: un’economia diffusa, interconnessa e ad alta intensità produttiva, ma non ancora allineata agli standard di sicurezza richiesti dal nuovo contesto globale. Le normative europee, a partire dalla NIS2, imporranno nei prossimi mesi un cambio di passo, spingendo le imprese verso modelli di cybersecurity più strutturati, documentabili e capaci di rispondere agli incidenti in modo tempestivo.
Per il Veneto, la sfida non è solo tecnica. È culturale. Significa passare da una sicurezza “dichiarata” a una sicurezza “dimostrabile”, in cui governance, tracciabilità e capacità di reazione diventano parte integrante della competitività.





