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  • «I negazionisti sono sempre esistiti. Ma attenzione alle conseguenze». Parola di sociologo
Belluno

«Di fronte a un problema di cui non si hanno le coordinate, si tende a scappare. Lo fanno gli animali, lo fa anche l’uomo. È l’istinto. Ed è normale. Quindi, niente di strano nei negazionisti del Covid».

Niente di strano, ma molto da spiegare. Perché - volenti o nolenti - chi nega o minimizza il virus c’è. «È un fenomeno antropologico» spiega Diego Cason, sociologo bellunese, che si sta occupando per Isbrec di epidemie storiche nella provincia dolomitica e cura un filone di indagine legato proprio alle reazioni della società.

«Bisogna partire da un concetto di base: che l’uomo non teme nulla più dell’ignoto. Per cui la prima reazione di fronte a un evento di cui non si hanno le coordinate è la negazione. Gli animali fuggono, l’uomo nega e si distacca dal problema senza reagire. Gli psichiatri lo chiamano “fuga nel sogno”. Ed è uno degli ingredienti dell’humus in cui è nato il movimento nazista in Germania».

Non siamo nelle stesse condizioni, per fortuna…

«Certo. Ma alcuni aspetti del fenomeno attuale vanno comunque inquadrati, perché fanno cadere il principio di cautela e precauzione che sta alla base delle misure anti-contagio. C’è inoltre la tendenza a rifiutare la realtà e individuare come nemico chiunque non la pensi allo stesso modo. I tifosi e gli innamorati non considerano ciò che non va dalla loro parte».

In effetti, sui social, si vedono prese di posizioni da tifosi. Sempre più spesso.

«Normale anche questo. E in buona parte è colpa dei virologi».

Possibile?

«Sul virus la comunità scientifica si interroga e fa ipotesi. È la prassi della ricerca scientifica, da sempre. Ma se tu la esibisci in tv, di fronte a gente che di scienza non capisce, fai un danno. Perché la gente comincia a parteggiare come se fosse davanti a una partita di calcio, senza sapere che la scienza è la teoria del dubbio».

Dubbi e verità sono parole usate e abusate da chi minimizza o nega la pandemia.

«È l’effetto dello scientismo: ci siamo abituati a credere che a ogni problema ci sia una soluzione immediata, ad esempio con la tecnologia. Ma non è così per tutto. Proiettare l’idea dell’onnipotenza della tecnologia è il fallimento del pensiero scientifico. E fa cadere l’autorevolezza di chi effettivamente si occupa scientificamente di trovare una soluzione. Un virus contagioso quanto il Covid».

Lo si vede anche con le mascherine: per alcuni sarebbero inutili e addirittura dannose.

«E allora come mai i medici le usano ore e ore al giorno in sala operatoria? La verità è che la mascherina è diventata un simbolo. Chi nega il virus le ha proiettato addosso la funzione di museruola. Ma trasformare gli oggetti in simboli è pericoloso. Anche perché chiunque porta una mascherina diventa per forza di cose un nemico». 

Poi c’è chi grida al complotto.

«Altra variante della fuga nel sogno, che serve per provare a spiegare l’inspiegabile. I negazionisti guardano solo i fenomeni vicini e sono incapaci di guardare oltre. Un esempio: il riscaldamento globale? Fa freddo anche stamattina, quindi non esiste. Chi lo dice non padroneggia sistemi complessi e non riesce a tenere in considerazione il fatto che piccoli singoli eventi vanno collegati ad altri, anche distanti geograficamente. Altro aspetto: molti dicono che si tengono presente solo i morti di Covid. E incalzano: perché non si parla di altre patologie mortali, come il cancro? Gli sfugge il fatto che il coronavirus è una malattia contagiosa, le altre no. Quindi gli accorgimenti da utilizzare, come la mascherina, il distanziamento sociale e tutto il resto, non possono essere messi sullo stesso piano. Ovvio che il principio di precauzione comporti quelle che alcuni chiamano “limitazioni della libertà”».

 

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