In provincia di Belluno cresce la preoccupazione per il futuro dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio. A lanciare l’allarme è il Partito democratico provinciale, che denuncia l’incertezza che ancora grava su servizi fondamentali per la tutela delle donne vittime di violenza. La proroga di dodici mesi annunciata a settembre dall’assessora regionale Manuela Lanzarin non basta – denunciano i democratici – è solo un rinvio, l’ennesimo, che non risolve il problema. E nel frattempo, i numeri parlano chiaro: dal 2004 a oggi, il Centro antiviolenza di Belluno ha accolto 1806 donne. Solo nel 2024 sono state 181, il dato più alto degli ultimi vent’anni. Un segnale forte, che racconta di un bisogno reale, urgente, che non può essere lasciato senza risposte.
Belluno, con il suo territorio montano e periferico, affronta difficoltà aggiuntive. L’isolamento geografico, la carenza di trasporti, la distanza dai centri principali rendono ancora più complicato per molte donne – soprattutto quelle in condizioni di fragilità – chiedere aiuto. Per questo, secondo il PD, servono risorse strutturali, non paletti burocratici o proroghe infinite.
«I Centri antiviolenza sono un presidio essenziale di civiltà e giustizia sociale» dichiara Marta Picinotti, segretaria provinciale del PD ad interim (in foto). «In un territorio fragile come il nostro, garantire la continuità di questi servizi significa dare alle donne la possibilità di liberarsi dalla violenza e costruirsi una nuova vita».
Il Partito Democratico bellunese non è nuovo a queste battaglie. Già nel 2023, i consiglieri comunali avevano portato in vari municipi un documento condiviso per chiedere una revisione dell’Intesa Stato-Regioni. E nel 2024, la mobilitazione è ripartita.
«In vent’anni di attività il Centro Antiviolenza di Belluno ha sostenuto centinaia di donne. Oggi più che mai serve rafforzarlo, non indebolirlo» sottolinea Teresa Cassol, consigliera comunale PD a Belluno e presidente della Commissione Pari Opportunità. «Quello che più ci preoccupava, ascoltando anche le dichiarazioni di Belluno Donna, era il requisito della reperibilità h24: una misura impraticabile senza un aumento dei finanziamenti».
A Feltre, la voce del PD è altrettanto decisa. Carla Cassol, capogruppo in consiglio comunale, ricorda come la questione sia stata sollevata con forza anche questa primavera, con un nuovo documento indirizzato alla Regione Veneto. «La Regione deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. È paradossale che, dopo 18 mesi di incertezza, l’assessora Lanzarin consideri positiva un’ulteriore proroga».
A chiudere il coro di voci è Giorgia Li Castri, coordinatrice provinciale delle DonneDem e da poco presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Feltre: «Ogni proroga senza soluzioni definitive è un tradimento nei confronti delle donne che cercano protezione. Non possiamo accettare che la sopravvivenza dei Centri Antiviolenza sia sempre appesa a un filo. Pretendiamo garanzie stabili, lo dobbiamo alle vittime di femminicidio e alle nuove generazioni, affinché crescano in un territorio che condanna la violenza e promuove pari opportunità».





