Agenti contrari all’abbattimento degli animali: Brambilla interroga, la Provincia replica

Agenti contrari all’abbattimento degli animali: Brambilla interroga, la Provincia replica

Torna al centro del dibattito il tema dei presunti casi di discriminazione nella Polizia provinciale legati all’obiezione di coscienza sull’abbattimento degli animali. A riaccendere la discussione è l’interrogazione presentata alla Camera dall’on. Michela Vittoria Brambilla (Nm), presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, che chiede al ministro dell’Interno quali iniziative intenda assumere per garantire nei bandi pubblici il rispetto dei principi di imparzialità e non discriminazione.

L’interrogazione prende spunto da quanto riportato da Il manifesto il 28 agosto: due agenti della polizia provinciale sarebbero stati esclusi dai concorsi in sette Province del Nord – tra cui Belluno – perché contrari all’uccisione degli animali, requisito indicato nei bandi come “disponibilità incondizionata e irrevocabile” a svolgere attività di soppressione. Brambilla ricorda che i due agenti si dichiarano obiettori, sostengono di aver subito mobbing e trasferimenti e hanno avviato cause civili contro le Province di Belluno e Rimini, contestando anche la violazione dell’articolo 15 dello Statuto dei lavoratori. «Dopo la soppressione del Corpo forestale dello Stato – scrive la deputata – alla polizia provinciale è sempre più spesso delegato l’abbattimento degli animali, attività che sarebbe diventata il principale impiego del corpo». Da qui la richiesta di chiarimenti al Viminale: i bandi, sostiene Brambilla, non possono imporre criteri che incidono sulla libertà di pensiero e di coscienza.

La Provincia di Belluno, chiamata in causa, interviene con una nota dai toni netti. «Non corrisponde al vero che il candidato sia stato escluso o giudicato non idoneo per le sue convinzioni personali», precisa l’ente. La ricostruzione fornita è opposta: il candidato avrebbe superato regolarmente le prove concorsuali, collocandosi al settimo posto della graduatoria approvata nel gennaio 2024, e avrebbe ricevuto una proposta di assunzione a tempo pieno e indeterminato. Il nodo, secondo la Provincia, sarebbe sorto solo al momento della presa di servizio, quando il candidato avrebbe chiesto l’esenzione totale dall’uso delle armi e dalle attività operative connesse alla fauna selvatica, condizioni giudicate «incompatibili con i requisiti concorsuali» e tali da configurare una rinuncia all’offerta di lavoro.

La Provincia rivendica la correttezza dell’operato: il bando del luglio 2023 indicava esplicitamente, tra i requisiti essenziali, il non essere contrari al porto e all’uso delle armi e il non essere obiettori di coscienza nelle mansioni richieste. Requisiti che, sottolinea l’ente, derivano da obblighi normativi: la Polizia provinciale opera su un territorio vasto e complesso, con un organico ridotto, e per legge deve svolgere funzioni di pubblica sicurezza, pronto intervento su fauna ferita, eutanasia di emergenza e controllo dei piani faunistici. «Non è organizzativamente né giuridicamente possibile adibire un singolo agente a mansioni esclusivamente amministrative o disarmate», si legge nella nota.

La Provincia ricorda inoltre che sulla vicenda si è già pronunciato il Tribunale di Padova, dichiarando il difetto di giurisdizione del giudice ordinario e confermando che le questioni relative ai concorsi pubblici competono alla giustizia amministrativa. «Nel massimo rispetto per le convinzioni individuali – conclude l’ente – l’amministrazione ha il dovere di garantire la legalità concorsuale, la parità di trattamento e la piena operatività dei servizi di tutela ambientale e sicurezza del territorio».

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