I costi dell’energia che esplodono, trascinando all’insù le bollette. E le immatricolazioni di auto che, dopo un periodo fortunato, nel 2021 sono crollate. Non ci sono buone notizie per la Provincia di Belluno, alle prese con un bilancio che più magro non si può. La situazione, che si avvia verso il drammatico, è stata presentata ieri dal presidente Roberto Padrin all’assemblea dei sindaci. Riunitasi dopo oltre due anni, nei quali l’emergenza covid aveva congelato l’organismo di indirizzo e controllo previsto dalla legge Delrio.
«Siamo in difficoltà – spiega il presidente, documentando la situazione economico finanziaria con l’aiuto di alcune slide – e i margini di manovra, per quanto riguarda le spese correnti, sono oltremodo risicati».
Sono due, principalmente, i fattori decisivi per questa situazione. In primis il consistente calo di Ipt (imposta di registro territoriale) e auto, che in totale portano nelle casse di Palazzo Piloni circa 14milioni di euro. Su questo fronte il primo quadrimestre del 2022 vede un calo complessivo di oltre 500mila euro. Crescono, invece, luce e gas. 700 mila euro gli aumenti per i soli primi mesi del 2022, con una proiezione a fine anno che supera abbondantemente il milione.
Per fortuna che ci sono i soldi dei canoni idrici. «Senza di quelli – ammette Padrin – la Provincia sarebbe in grande difficoltà a chiudere il bilancio». I canoni idrici fanno entrare in cassa circa 15 milioni e mezzo di euro, ai quali si sommano 600mila euro di sovracanoni. Ma con quei soldi Palazzo Piloni deve pagare quasi tutto: interventi sulla viabilità (quest’anno a bilancio ci sono 3,1 milioni di euro), difesa del suolo (oltre 5,6 milioni), scuole (706mila euro). Mentre 4 milioni vanno per le spese correnti.
Poi ci sono tutte le altre spese, a partire dal personale e dall’acquisto di beni e servizi. Il risultato è che i soldi per le spese correnti sono quasi finiti. E così la Provincia è costretta a far saltare la convenzione che dal 2019 al 2021 (grazie ai soldi recuperati dall’avanzo di bilancio degli anni precedenti) ha garantito 10 milioni di euro all’anno alle Unioni montane e 800mila euro ai Comuni di 3° fascia grazie al cosiddetto “Fondo Bogana”, dal nome del consigliere che ne ha perorato l’utilizzo. Soldi che però, ricorda Padrin, non sono stati ancora rendicontati del tutto. Mancano all’appello 5,5 milioni sui 14 trasferiti alle Unioni montane. Mentre sono ancora sul piatto 680mila euro del Fondo Bogana che i Comuni non hanno ancora utilizzato.
Apriti cielo. Comuni e Unioni montane non ci stanno. Queste ultime hanno presentato un documento, con il quale chiedono il rinnovo della convenzione per i prossimi 5 anni, garantendo i 4 milioni all’anno. «Come previsto dall’articolo 3 della legge regionale 2/2006 – si legge nel documento – che al comma 3 stabilisce che gli interventi da realizzare con i soldi dei canoni idrici sono definiti attraverso accordi quadro con la Regione, previa intesa con le comunità montane e i Comuni». In più le Unioni montane chiedono anche che il 15% degli importi assegnati possa essere usato per spese correnti.





