È morto a 79 anni Alberto Trevisan, tra i primi in Italia a rifiutare la leva militare obbligatoria per ragioni di coscienza. Originario di Feltre, era da tempo residente a Rubano, alle porte di Padova, città di cui era diventato cittadino d’adozione.
Trevisan è stato colpito da un infarto fulminante nella mattinata di giovedì 12 marzo mentre stava passeggiando con la moglie, Claudia Bernacchi. L’allarme è stato immediato e sul posto è arrivata rapidamente un’ambulanza che lo ha trasportato all’ospedale cittadino di via Giustiniani, ma ogni tentativo di rianimazione si è rivelato inutile.
Lascia la moglie, due figli e quattro nipoti. Dopo la sua morte, la famiglia ha compiuto una scelta nel segno della solidarietà. «Subito dopo che Alberto è stato dichiarato deceduto – ha raccontato la moglie Claudia al settimanale diocesano La Difesa del Popolo – siamo stati convocati nel reparto di Rianimazione dall’équipe che si occupa dei trapianti. È stato un incontro molto intenso e, al termine, abbiamo dato il consenso alla donazione degli organi. Così, grazie a questo gesto, qualcun altro potrà essere salvato». La data dei funerali non è stata ancora comunicata.
La figura di Trevisan è legata a una stagione importante della storia civile italiana. Nel 1970, quando la leva militare era ancora obbligatoria e il rifiuto costituiva reato, il giovane feltrino decise di non presentarsi alla chiamata alle armi, alla quale era destinato nel corpo degli Alpini.
Una scelta maturata negli anni dell’università, mentre studiava servizio sociale e si confrontava con testi e riflessioni sul rapporto tra coscienza individuale e obbedienza alle istituzioni, tra cui il celebre scritto di Lorenzo Milani «L’obbedienza non è più una virtù».
In un’intervista rilasciata nel 2022 al settimanale diocesano La Vita del Popolo, in occasione dei cinquant’anni della legge che riconobbe l’obiezione di coscienza, Trevisan ricordava così quei momenti: «La mia fu inizialmente un’obiezione individuale. All’epoca era l’unica forma possibile. Dopo il primo processo mi resi conto quasi subito che non avrei fatto un passo indietro».
La sua decisione ebbe conseguenze pesanti. Trevisan affrontò tre processi e trascorse periodi in carcere. «Le mie obiezioni sono state tre – raccontava – intervallate da pochi mesi di libertà. Dopo la prima individuale, nel 1971 e nel 1972 seguirono altre due obiezioni collettive».
In quegli anni il numero degli obiettori di coscienza iniziò a crescere e il tema entrò progressivamente nel dibattito pubblico, contribuendo alla pressione che portò all’approvazione, nel dicembre 1972, della legge che riconobbe il servizio civile come alternativa a quello militare.
Una stagione di cambiamento alla quale anche il feltrino Alberto Trevisan, con la sua scelta personale e il prezzo pagato in prima persona, contribuì a dare voce.





