Che la vita di Acc sia appesa ad un filo probabilmente non è neppure più una notizia. Ma questa volta il paziente sembra più grave del solito. Il 5 ottobre scorso, alla scadenza della gara pubblica per la cessione della storica azienda di Mel, sul tavolo del commissario straordinario Maurizio Castro non è arrivata nessuna offerta. Nemmeno Nidec, la multinazionale giapponese che sembrava intenzionata seriamente ad acquisire il polo produttivo in Sinistra Piave, alla fine non ha dato seguito alle intenzioni.
La situazione, insomma, è drammatica, con l’azienda in crisi di liquidità e un orizzonte sempre più nebuloso. Ieri, nel municipio di Borgo Valbelluna, si è riunito il consiglio di sorveglianza socio – istituzionale. Attorno al tavolo presieduto dal sindaco Stefano Cesa si sono riuniti Castro, il ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, i sindacati, i due consiglieri regionali Silvia Cestaro e Giovanni Puppato. In collegamento video, gli onorevoli Badole e De Menech e l’assessore regionale Elena Donazzan.
Castro ha spiegato la situazione al 30 settembre: volume di produzione, fatturato, magazzino, situazione di cassa e tutta la partita relativa alla procedura di gara pubblica, andata deserta. Nonché le modalità di prosecuzione dell’amministrazione straordinaria.
Ora la palla passa giocoforza al Mise. «Convochi immediatamente il tavolo di crisi – scrive il consiglio di sorveglianza in una nota diffusa a fine riunione – per poter individuare e condividere un percorso di tutela efficace del patrimonio tecnologico, industriale e occupazionale del sito di Borgo Valbelluna rispetto al territorio di riferimento e al settore della refrigerazione in Italia e in Europa».
Non solo. I membri del consiglio di sorveglianza, «Consapevoli che il ritardo di oltre un anno nell’erogazione dei finanziamenti che la legge prevede per le imprese in amministrazione straordinaria ha causato un grave deterioramento della struttura competitiva di ACC e ha compromesso gli esiti dell’asta internazionale per la sua cessione» chiedono al governo «Misure straordinarie per garantire la continuità industriale». E per mettere l’azienda nelle migliori condizioni per continuare la ricerca di solidi investitori. Infine, si chiede al governo di «Prendere in considerazione anche la soluzione-ponte di un veicolo societario di scopo a composizione mista per traghettare ACC sino alla sua definitiva allocazione di mercato».
Intanto, in piazza Papa Luciani, sotto le finestre del municipio, una quarantina di dipendenti si era radunato, per condividere la preoccupazione. Clima mesto e rassegnazione: il sentore che questa volta la lunga e travagliata storia dell’Acc sia davvero giunta al termine. «Questa situazione è snervante – lamentano due lavoratrici, sedute sul selciato – perché ci sono continue illusioni che poi non si concretizzano». Le due operaie sono tra i 90 dipendenti licenziati nel 2018 da Wanbao e riassunti a luglio 2020 dal commissario straordinario Maurizio Castro: «Quando siamo tornate al lavoro il futuro sembrava roseo. Lavoravamo molto, c’erano tanti ordini da evadere. Poi però, piano piano, (in concomitanza con il mancato finanziamento statale) la produzione è andata scemando e ora lavoriamo pochissimo e male, solamente un paio di giorni a settimana. In queste condizioni sarebbe meglio stare a casa del tutto».





