«È una goccia, per fortuna. E non l’onda del Vajont. Ma bisogna comunque aver cura delle cose». Marco Paolini si è accorto subito di qualcosa di strano, venerdì mattina. Era seduto sul palco del Teatro Comunale, insieme agli altri relatori del convegno nazionale su Tina Merlin. E ha visto una cosa che a intervalli regolari cadeva dal soffitto e si perdeva a terra, sul legno del palcoscenico.
Una goccia d’acqua. Forse frutto di una cattiva condensa dell’impianto di riscaldamento. Forse una perdita in un tubo. O forse ancora un problema sul tetto, con qualche infiltrazione d’acqua. Poco importa, perché il risultato è una chiazza di bagnato.

«C’è una goccia sul palco, non è il Vajont, ma non si può lasciare così» ha detto Paolini, guardando in prima fila, dove era seduto l’assessore alla cultura, Marco Perale. «Non si può fare manutenzione senza emozione: è una questione di cura. Perché manutenzione e cura devono andare insieme».
La cura è un concetto che di solito non esula dalle stanze dei municipi. Stavolta però è arrivata la tirata d’orecchi. E autorevole, per giunta.
Già, non è il Vajont – per fortuna. Più qualcosa di simile a un racconto di Buzzati, “La goccia” per l’appunto. «Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode ad intermittenza» scriveva il grande narratore. E concludeva così: «Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura».





