«La resistenza nemica nella stretta di Fadalto è stata vinta. Le nostre truppe sono entrate a Belluno». È una frase del laconico bollettino di guerra del 1° novembre 1918. Firmato Diaz, ovviamente.
Le armi della Prima guerra mondiale tacciono nella notte tra il 2 e il 3 novembre per l’Italia. L’armistizio viene firmato nella serata del 3 nelle sale di Villa Giusti, a Padova, città diventata “capitale al fronte” dopo Caporetto, sede del quartier generale del Regio esercito. Diventa operativo a partire dal giorno dopo, 4 novembre. A Belluno, però, la guerra finisce prima.
La data è certa, lo testimonia anche il bollettino di Armando Diaz. L’ora invece è contesa. Pochi dicono nel pomeriggio. I più propendono per la mattina. Ma qualcuno sostiene poco dopo l’alba, attorno alle 6, mentre qualcun altro preferisce un’orario più vicino a mezzogiorno.
Pare che le prime divise italiane siano entrate in città attorno alle 11, dal Piave. È verosimile, visto che a Castion una lapide indica che «Il 1° novembre 1918, alle ore 14, giunsero i primi valorosi soldati italiani liberatori, il barbaro baldanzoso nemico fugando».
L’arrivo dei militari del Regio esercito – come si legge nella lapide castionese – fu salutato in tono quasi risorgimentale. Del resto, Belluno era stata sotto occupazione austriaca per più di un anno. Le cronache raccontano di case svaligiate, campi devastati e provviste rubate dai soldati austroungarici. Addirittura alcuni riportano frasi spaventose pronunciate dagli ufficiali nemici, date in risposta ai bellunesi che chiedevano pane: «Avete fame? Mangiate i vostri figli». Non per niente l’occupazione è coincisa con “l’an de la fam”. Tuttavia, la liberazione non è bastata per porre fine alla carestia. Ma questa è un’altra storia.
in foto: soldati austriaci occupanti in pausa al Caffè Manin





