Impennata dei prezzi. Quanto costerà il riscaldamento in montagna? Bond chiede provvedimenti

Impennata dei prezzi. Quanto costerà il riscaldamento in montagna? Bond chiede provvedimenti

Le stime parlano di aumenti attorno al 30% per l’energia elettrica e del 40% del gas metano, cresciuto oltre 5 volte rispetto alla media del 2020. È la situazione dei costi energetici e delle materie prime, in impennata costante da diversi mesi. Solo che in vista dell’inverno rischiano di essere guai seri per le zone di montagna. Scaldarsi può assumere dimensioni proibitive per le tasche delle famiglie e per le casse delle imprese. 

A lanciare l’allarme è il deputato bellunese Dario Bond. Che chiede di intervenire sul costo dell’energia per le zone di montagna: «È fondamentale per assicurare la competitività delle aziende, specie quelle turistiche, con la concorrenza estera dell’arco alpino, dove l’energia costa storicamente meno che in Italia».

Due le considerazioni di Bond. «La prima riguarda la necessità di rivedere in profondità le politiche tariffarie legate all’energia, sgravando le bollette dei consumatori finali di tutta una serie di oneri che andrebbero spalmati sulla fiscalità generale». La seconda riguarda uno scenario di politica strategica nazionale relativa all’approvvigionamento dell’energia. «Considerato che non è possibile passare nei tempi desiderati dai talebani dell’ambientalismo a una produzione completamente a impatto zero, sarebbe utile che l’Italia attivasse un serio programma di riqualificazione e utilizzo di tutte le proprie risorse energetiche inutilizzate. Non si capisce perché il Paese non possa utilizzare i giacimenti di gas di cui dispone, che costerebbero circa 3 centesimi di euro a metro cubo, mentre si preferisce importarlo dall’estero – sempre che ce lo vendano – a un costo di 55 centesimi di euro al metro cubo. Di più: la produzione nazionale di gas metano è passata dai 20 miliardi di metri cubi/anno degli anni Novanta agli attuali 4 miliardi, nonostante ci siano riserve ingenti, soprattutto sotto il mare Adriatico, riserve che parte della politica nazionale si rifiuta di utilizzare, mentre i Paesi della sponda orientale stanno già operando in tal senso, ringraziando sentitamente l’ignavia italiana».

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