Due punti di rottura. Due momenti dell’esistenza che segnano uno spartiacque tra un prima e un dopo. Uno sociale e collettivo. L’altro intimo e personale. Il primo è legato alla pandemia e al conseguente lockdown. Il secondo ha a che vedere con Wormhole, un nome che ai più non dice nulla, ma che ha un significato particolare per Giovanni Zanon.
Per lui Wormhole è una linea di confine, uno snodo della vita riconducibile a una data ben precisa: 23 febbraio 2019. Quel giorno Giovanni, in vacanza in Irlanda con il fratello Riccardo, viene travolto da un’onda anomala proprio mentre è in visita al Wormhole, una scogliera a picco sul mare nell’isola di Inis Mór. Potrebbe essere la fine, ma per fortuna – feriti e dopo una mezzora in balìa di correnti e scogli – le loro grida di aiuto portano sul luogo alcuni soccorritori. E Giovanni e Riccardo vengono recuperati dall’elicottero e salvati, certo con più di qualche ammaccatura e la consapevolezza di aver scampato qualcosa di terribile. Le emozioni scaturite da quell’evento drammatico e potenzialmente tragico diventano però la scintilla per guardare al mondo con occhi nuovi. «Dallo shock di quell’esperienza – racconta Giovanni – mi è scaturito un amore per la vita fortissimo, quasi palpabile».
Un sentimento trasposto in particolare in quella che rappresenta la grande passione di Giovanni: la musica. E che lo ha portato a realizzare un album che ricorda nel titolo il luogo da cui tutto ebbe inizio: Wormhole, per l’appunto. Dieci canzoni – di cui nove cover reinterpretate e un pezzo originale – prodotte in collaborazione con ventitré artisti bellunesi in un periodo particolarissimo. E qui entra in gioco il secondo spartiacque: la pandemia di Covid e il conseguente lockdown. Perché il lavoro discografico nasce e prende forma proprio durante i mesi del primo confinamento, quando il virus costringe tutti in casa. Giovanni coglie la palla al balzo e – inizialmente quasi per gioco decide di dedicarsi a un progetto che strada facendo si fa ambizioso. Inizia ad alzare il telefono – «probabilmente prima di quello che mi è accaduto non l’avrei mai fatto», confida – e a contattare amici e colleghi musicisti, proponendo loro di registrare dei brani, quelli che poi, montati e mixati grazie al prezioso aiuto dell’amico Giacomo Dalla Rosa, finiscono per dare sostanza al disco. Un’impresa non semplice, vista l’impossibilità di suonare in presenza e l’obbligo di distanziamento, ma alla fine l’opera vede la luce.
Uscita nei giorni scorsi, è stata consegnata, oltre che ai collaboratori che hanno reso possibile il tutto, anche alle persone che hanno tratto in salvo Giovanni e il fratello.
«Siamo stati in Irlanda e siamo tornati sul luogo di quell’episodio. Con i soccorritori abbiamo mantenuto un rapporto di amicizia e l’emozione di incontrarli nuovamente, proprio al Wormhole, è stata indescrivibile».
Indescrivibile come il valore che l’album ha per Giovanni. Un valore profondo, quasi fraterno e confidenziale. Ecco perché non è in commercio. «Ho deciso di farne omaggio solo alle persone a cui sono particolarmente legato. Poterlo consegnare a mano, ritrovandosi dopo tutto quello che abbiamo passato in questi ultimi tempi di chiusura, è una soddisfazione enorme. Ciò che conta del disco è il contesto da cui è partito e nel quale si è concretizzato. Per questo diffonderlo a un pubblico ampio non mi interessa particolarmente». La storia che c’è alle spalle, però, è bene sia patrimonio di tutti. Perché ci insegna che anche dalle difficoltà, e dai momenti di sofferenza, può nascere qualcosa di speciale.





