Chi bazzica le vecchie bettole o le case di una volta potrebbe sentirsi offrire un bicchierino di “sgnapa da troi”. Non una grappa di qualità eccelsa, ma sicuramente corroborante nel freddo inverno bellunese. E non solo. Perché dentro quel bicchierino si celano secoli e secoli.
Intanto nel nome. Perché “da troi”? “Troi” per tutti i bellunesi è il sentiero. E che c’azzecca la grappa con il sentiero? Semplice. La grappa fatta in casa era per forza di contrabbando. Quindi non poteva essere scambiata alla luce del sole, per strada. Ma doveva seguire inevitabilmente stradine secondarie, nascoste. I troi, appunto.
Il nome risale all’epoca in cui sarebbe cominciata la distillazione, nelle campagne bellunesi, tra il 1200 e il 1300. Ovviamente, solo i nobili e i proprietari terrieri avevano grandi vigneti. E dopo aver vinificato, lasciavano le vinacce ai contadini e ai braccianti. Questi le lavoravano per ottenere una grappa di sottobanco. L’operazione avveniva di nascosto, per evitare di pagare imposte. E quindi di nascosto veniva scambiata la grappa tra i contadini.
Tra l’altro anche il termine che indica l’operazione del distillare è significativo. “Lambicar” non vuol dire soltanto usare l’alambicco. In dialetto bellunese significa anche arrabattarsi. Ed è proprio quello che facevano i poveri contadini, costretti a cavar fuori la grappa dagli scarti dei nobili, per di più di nascosto.
Ah, c’è un altro passaggio storico. Perché “sgnapa” pare derivare dal tedesco Schnapps (liquore). Retaggio dell’occupazione austroungarica delle valli dolomitiche.





