Riportiamo un breve saggio del professor Giovanni Campeol (docente all’Università di Venezia), dal titolo “I senza terra”
I processi messi in atto per limitare il contagio da Covid-19 stanno producendo dal punto di vista sociologico la riproposizione di una competizione territoriale tra “città” e “campagna”. Fatto che dovrebbe riportare la disciplina della Sociologia a occuparsi di questa distinzione. Infatti, a causa dei grandi processi di concentrazione della popolazione sempre più nelle aree urbane, la Sociologia urbano-rurale si è estinta.
In qualche modo si può capire la scelta fatta dalla “famiglia accademica” dei sociologi nel non occuparsi più della questione “rurale” o meglio “non urbana”, poiché questa rappresenta una parte di società marginale e soprattutto non facilmente manipolabile.
Nel Veneto però il modello distributivo della popolazione è da sempre di tipo diffusivo, grazie alla riforma benedettina che già dal VI secolo volle mantenere la popolazione agricola nelle campagne. Benedettini che si impegnarono molto anche nella gestione idraulica del territorio veneto, con importanti interventi di bonifica come nel caso del territorio di Este a seguito della rotta del fiume Adige del 589. In quell’occasione la bonifica, che probabilmente prese come riferimento la centuariazione romana del “municipium” di Este del 31 a.C., necessitava della presenza costante di una quota di popolazione in queste aree per attuare un presidio della regimazione delle acque.
Per i benedettini il motto “Ora et labora”, sintesi straordinaria della Regola, poteva applicarsi soprattutto per coloro che vivevano una “propria terra” che doveva essere lavorata in modo attivo e ingegnoso, lontano dalla passività (Exsurgamus ergo tandem aliquando excitante nos scriptura ac dicente: «Hora est iam nos de somno surgere», cioè “Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l’incitamento della Scrittura che esclama: ‘È ora di scuotersi dal sonno!’”).
San Benedetto sollecitava a essere “non somnulentum, non pigrum”, cioè a essere “non dormiglione, né pigro”. Ancora nel capitolo IV (Gli strumenti delle buone opere della Regola), ricorda che “otiositas inimica est animae […], cioè “l‘ozio è nemico dell’anima […]”.
Esortazioni queste, come molte altre contenute nella Regola, che si rappresentano come fondamenti etico-morali delle popolazioni venete le quali, secoli dopo, contribuirono al manifestarsi di uno straordinario spirito d’impresa trovando sviluppo soprattutto nelle aree agricole antropizzate. Ciò ha prodotto l’effetto che in Veneto vi è un forte legame con la proprietà della terra: “padroni” a casa propria e ciò ha un preciso effetto nei comportamenti sociali e nella rappresentanza elettorale.
Diversamente in Emilia la gestione del territorio, organizzata dai Gesuiti fin dal XVI secolo, impose la concentrazione della popolazione agricola nelle città, per cui la terra è dei “padroni altri” e i contadini sono degli “operai agricoli”.
Questi richiami storici sono necessari per capire quale sia il contesto sociale di riferimento e gli effetti derivanti dal confinamento in casa degli italiani, per fermare il contagio da Covid-19.
L’attuale “arresto domiciliare” ha determinato l’emergere in modo rilevante di due categorie sociali caratterizzate da un lato dalla popolazione urbana o pseudo urbana, chiusa tra quattro mura con al massimo un terrazzino, vale a dire i “senza terra”; dall’altra la popolazione non urbana, sistemata nel giardino della propria casa, nella propria fattoria o nella propria tenuta, i “terricoli”.
Due condizioni straordinariamente differenti che stanno producendo due fenomeni opposti: per “i senza terra” un aggravio dell’alienazione da prigione simile a quella che affligge le popolazioni carcerate; per i “terricoli” un rafforzarsi del radicamento alla propria terra.
I “senza terra” quindi sono gli abitanti delle grandi concentrazioni urbane (che per effetto del gigantismo e dell’omologazione formale e urbanistica, nulla hanno a che vedere con la città). La loro socialità è il vivere lo spazio pubblico nelle piazze e all’interno di locali pubblici. Inoltre il possesso di un appartamento non costituisce una vera proprietà esclusiva, ma una condivisione comune di un blocco edilizio (si possono immaginare ad esempio i grandi complessi dell’edilizia sovietica e quella imitativa italiana degli anni ’70). Condizione che ha generato la formazioni di comunità che si uniscono per effetto dell’alienazione del dover vivere in spazi ristretti e compattati, e si strutturano come “classe condominiale”, così com’è avvenuto per la “classe operaria” (ben descritta da Karl Marx e ben sfruttata dai sui seguaci).

Gli italiani che vivono nelle aree urbane, cioè “i senza terra”, sono circa 22 milioni e queste persone sono maggiormente esposte agli effetti negativi derivanti dall’isolamento; più o meno un terzo della popolazione italiana.
Ma cosa può provocare l’isolamento tra “i senza terra” per periodi prolungati? Alcuni studi dimostrano che vi possono essere aumenti delle malattie cardiovascolari (principale causa di morte nella società contemporanea), depressione e demenza. L’internazionale (articolo del 20 marzo scorso) riferisce che nel 2015 la psicologa e ricercatrice Julianne Holt-Lunstad, della Brigham Young University, nello Utah ha svolto un’analisi della letteratura scientifica dalla quale è emerso che “[…] un isolamento sociale cronico potrebbe aumentare il rischio di mortalità del 29 per cento […]”.
Se questo dato fosse attendibile emerge l’ovvia necessità di una valutazione tra il numero di morti da Covid-19 e quelli che si manifesteranno per effetto del prolungato isolamento. La comparazione non sarà difficile: basti pensare che le statistiche al 20 aprile 2020 dimostrano che in Italia il numero totale di morti da Covid-19 è di 24.114 (Pcm-Dpc dati forniti dal Ministero della Salute), pari allo 0,04% della popolazione italiana.
E gli altri, i “terricoli”, cioè le popolazioni che vivono nelle aree non urbane che sono pari a circa 38 milioni di persone, come vivono l’isolamento?
Per questi fortunati il fenomeno ha effetti negativi molto contenuti sulla salute fisica e mentale. In Veneto, terra del “lavoro nel sangue”, in questo periodo di confinamento si sono sviluppate tutte le attività di manutenzione ordinaria e straordinaria della casa, del giardino e del campo. Pulire mobili, dipingere ringhiere, tagliare prati erbosi (compresa l’erba che cresce sugli arginelli delle canalette pubbliche), regolare siepi, potare alberi, sistemare tetti. Soprattutto stare all’aperto nel proprio giardino, orto, prato e campo agricolo (i più fortunati nella propria tenuta).

Nel Veneto i “terricoli” non soffrono più di tanto l’isolamento da Covid-19; l’unica frustrazione è il non potere andare in osteria la più importate funzione sociale di questa regione e molto diffusa nel territorio. Osteria che è il luogo in cui si beve, si mangiano prodotti locali (dalla sardea in saor, al pastin, dalla renga ai bogoi), si parla di tutto con una assoluta libertà di pensiero (soprattutto dopo qualche bicchiere di vino). Osteria che spesso è caratterizzata da uno spazio aperto alberato, simbolo totemico della propria terra.
La perdita della libertà di movimento ha quindi fatto emergere queste due grandi classi sociali i “senza terra” e i “terricoli”: perdenti i primi, vincenti i secondi.
Ora dobbiamo aspettarci nel medio-lungo periodo le ricadute sanitarie dell’isolamento dei “senza terra” che, oltre a essere sottoposti alle classiche patologie dell’inquinamento presente nei grandi agglomerati urbani, devono affrontare quelle derivanti dalle malattie cardiovascolari, depressione e demenza generate dall’isolamento prolungato.





