Non è una questione di soldi. Non subito perlomeno. Semmai è una questione di scelte: come faranno i Comuni a destinare le risorse della “solidarietà alimentare”? Una domanda che si stanno ponendo diversi sindaci. E che si pone anche l’Uncem, l’Unione nazionale dei Comuni e degli enti montani. Perché è vero che il governo ha stanziato 400 milioni di euro (presi, per la verità, dal Fondo di Solidarietà Comunale, come un semplice anticipo su cifre già spettanti ai municipi). È vero anche che sono stati stabiliti i principi di erogazione: quelle risorse serviranno a coprire le necessità impellenti di chi, a causa del coronavirus, ha enormi difficoltà di accesso ai beni di prima necessità. Ma è altrettanto vero che non è per niente facile stabilire i criteri di destinazione. Anche perché quantitativamente non ci sono soldi per tutti.
«Il vero nodo che i Comuni stanno cercando di sciogliere è come gestire queste risorse – afferma Marco Bussone, presidente Uncem -. È infatti noto che i piccoli Comuni hanno gli uffici chiusi, il personale in smart working fuori dai municipi. La prima criticità è appunto questa: dove andranno a presentare la domanda i potenziali beneficiari? Poi ci sono i criteri e le modalità di assegnazione. Su questo fronte abbiamo suggerito ai nostri Comuni di lavorare insieme, a livello sovracomunale con le Unioni Montane. E di agire insieme agli enti gestori dei servizi sociali, a Caritas o altre associazioni che da sempre si occupano di assegnazione di pacchi alimentari ai non abbienti, utilizzando i negozi dei paesi, di prossimità. L’operazione dei buoni spesa è molto complessa e servono indicazioni precise e criteri che i sindaci stanno cercando di costruire».





