La psicologa Anna Dal Pan non ha dubbi: «Ci salverà la paura»

La psicologa Anna Dal Pan non ha dubbi: «Ci salverà la paura»

«Ci salverà la paura». No, non è un paradosso: è la chiave per affrontare al meglio questo momento storico, avvelenato dal Coronavirus.

Una chiave offerta da una professionista come la psicologa Anna Dal Pan, attiva nel campo dello sviluppo e dell’educazione: «La paura ci protegge, è fondamentale per la nostra sopravvivenza. Perché, in caso contrario, non cercheremmo zone e luoghi sicuri dentro e fuori di noi. La paura va ringraziata e presa a braccetto, ma non alimentata. O può trasformarsi in panico».  

Dottoressa Dal Pan, com’è cambiato il suo lavoro nell’ultimo mese? 

«L’Ordine degli psicologi ci ha invitato a realizzare tutte le sedute per via telematica. E a mantenere un contatto diretto solo per le urgenze o per chi non ha la possibilità di accedere a Internet. Non è facile, visto che viene a mancare la dimensione corporea. Che per me è fondamentale». 

Le richieste di aiuto sono aumentate? 

«Sì, passata la fase acuta vengono a galla le difficoltà. Perché questa non è solo un’emergenza sanitaria, ma anche psicologica. Tanto è vero che molti colleghi offrono un supporto gratuito a coloro si trovano in isolamento domiciliare o in quarantena». 

Chi ha più bisogno di un aiuto? 

«Non necessariamente chi vive da solo, ma chi sente di avere delle reazioni esagerate. Per quanto riguarda la solitudine, un conto sono gli anziani, un altro i giovani o gli adulti single: sembrerà strano, però se la cavano quasi meglio di alcune famiglie numerose, costrette a vivere in spazi ridotti». 

E con i bambini quali tasti vanno toccati? 

«I bambini devono avere al fianco un adulto che si prenda cura di sé: questa è la priorità. Serve una guida sicura: magari spaventata, ma comunque in equilibrio. Se gli adulti sono tranquilli, lo sono di conseguenza i bambini. Ai quali va lasciata la possibilità di manifestare le loro emozioni: attraverso la parola, il disegno, il canto. Qualora invece fatichino a esprimersi, è necessaria una particolare attenzione ai segnali comportamentali». 

“Andrà tutto bene” è lo slogan più gettonato: sempre in relazione ai piccoli, ha ancora un senso ripeterlo, di fronte a un quadro che parla di mille morti al giorno? 

«Ciò che conta è raccontare la verità in maniera adeguata all’età, mantenendo un atteggiamento positivo, ponendo l’accento su determinati comportamenti e sul fatto che tanti adulti, medici e ricercatori, stanno facendo di tutto per combattere questo virus. Con i bambini è sempre meglio giocare la carta della sincerità». 

Il giornalista Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, ha scritto che «sui balconi non si canta più, l’euforia da spavento ha ceduto il passo alla depressione». È davvero così? 

«Sì, perché viviamo un evento traumatico protratto nel tempo. A differenza di un terremoto, che è improvviso ma poi si chiude, non abbiamo iniziato la fase di elaborazione. Semplicemente perché non lo possiamo fare, visto che siamo ancora nel mezzo dell’emergenza. Il nostro cervello è continuamente attivato e in allerta. E comincia a essere stanco. Il rischio è un aumento di disturbi d’ansia e disturbi post traumatici da stress». 

Ma allora è possibile far riposare il cervello? 

«Serve consapevolezza: fermiamoci e ascoltiamo tutte le emozioni, senza giudicarle. Accogliamole e poi lasciamole andare, come fanno i bambini. Dedichiamoci a ciò che ci piace e prendiamoci cura, quotidianamente, di corpo e pensieri». 

Alla fine, dal punto di vista umano, ne usciremo migliorati? 

«Di sicuro ne usciremo diversi. Questa pandemia cambierà le persone, la società, la storia. E forse avremo imparato qualcosa di nuovo: come la resilienza». 

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