Ci si interroga osservando ciò che accade, soprattutto quando ciò che si vede è molto diverso da ciò che ci si aspettava o a cui si è abituati.
In questi giorni di Olimpiadi a Milano Cortina, nel cuore della provincia di Belluno, a pochi chilometri da Cortina, colpisce una scena insolita: un grande parcheggio scambiatore a Longarone, progettato per accogliere migliaia di veicoli, quasi vuoto, autobus che partono a orari prestabiliti con uno, tre, talvolta nessun passeggero a bordo, e strade sorprendentemente deserte.
Nella giornata clou delle gare a Cortina – quella della discesa femminile – le auto presenti erano poco più di una trentina. Un numero che, anche considerando l’ampiezza dello spazio predisposto e l’organizzazione messa in campo, resta lontanissimo dalle aspettative.
Chi vive qui sa che questa non è la normalità.
Chi abita in queste zone, come chiunque le frequenti, conosce bene il traffico dei fine settimana, in estate come in inverno, per l’afflusso verso la montagna. Conosce anche il traffico dei giorni feriali, legato alla presenza della principale zona industriale della provincia di Belluno. Vedere le strade così vuote, ieri e oggi, richiama alla memoria un solo altro momento recente: il periodo del lockdown, quando il silenzio era imposto e non scelto.
E non si tratta solo delle arterie di fondovalle. Anche le strade in prossimità di Cortina appaiono insolitamente libere. È una scelta voluta? È una conseguenza di misure di sicurezza, di limitazioni precise, o di un modello organizzativo che scoraggia la presenza di chi non è direttamente titolare di un biglietto?
Ed è proprio questo contrasto che apre alcune domande, senza spirito polemico, ma con il desiderio di comprendere.
Il parcheggio scambiatore e il sistema di trasporto sono stati pensati per garantire ordine, sicurezza e sostenibilità senza dubbio. Ma di fronte a autobus che percorrono una strada di montagna quasi completamente vuoti, è legittimo interrogarsi sull’effettiva sostenibilità di questo modello, almeno nelle modalità con cui si sta realizzando. La sostenibilità, infatti, non è solo un principio dichiarato, ma anche una pratica concreta, che dovrebbe tenere conto dell’uso reale delle risorse.
C’è poi un’altra riflessione, forse ancora più ampia.
L’impressione è che questa grande manifestazione coinvolga esclusivamente chi ha acquistato un biglietto, senza generare un clima diffuso, senza una partecipazione percepibile della popolazione locale. Non si respira, almeno in queste giornate, quell’aria di evento collettivo che spesso accompagna appuntamenti di questa portata.
Viene spontaneo chiedersi se e come si sia pensato di invogliare le persone a “respirare” le Olimpiadi, anche senza assistere direttamente alle gare: iniziative collaterali, spazi di incontro, occasioni di partecipazione diffusa. Allo stesso modo, ci si interroga sull’efficacia della comunicazione relativa ai servizi, alle opportunità e alle modalità di accesso, che forse non è riuscita a creare quel senso di coinvolgimento capace di trasformare un grande evento in un’esperienza condivisa.
E ancora viene naturale domandarsi quale relazione si voglia costruire tra un grande evento internazionale e il territorio che lo ospita. Quale spazio viene dato alla comunità locale, non solo come cornice logistica, ma come parte viva dell’esperienza olimpica? E infine: quali insegnamenti si possono trarre da ciò che sta accadendo, per progettare in futuro soluzioni più aderenti ai contesti reali, alle persone, ai flussi effettivi?
Queste non sono domande contro qualcuno, ma domande per qualcosa: per una maggiore integrazione tra progettazione e territorio, tra grandi eventi e vita quotidiana, tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità vissuta.
Osservare, interrogarsi e riflettere è forse uno dei modi più utili per fare in modo che esperienze di questa portata lascino un’eredità positiva, non solo in termini di immagine, ma anche di apprendimento collettivo.
Gabriele De Bettio





