Letture in quota

Avviamo oggi una rubrica con consigli di lettura per l'estate. L'intento è quello di far riscoprire (o scoprire, perché no?) grandi classici caduti un po' nel dimenticatoio. Ci aiuta Paolo Ceccato, che ringraziamo.

 

- Dunque, che cosa abbiamo deciso? domandò, e poiché nessuno trovava una riposta, soggiunse bonariamente: - Be', si vedrà la prossima volta!  

Sì, la prossima volta. Ecco, se c'è un romanzo che forse può aiutare a leggere con intelligenza il tempo che stiamo vivendo è L'Uomo senza Qualità di Robert Musil. Un capolavoro, ovviamente, uno dei grandi romanzi del Novecento; non tra quelli più facili da leggere, ma sicuramente tra i più importanti. 

Perché oggidì solo i criminali osano nuocere al prossimo senza una filosofia.

Il romanzo non ha una trama vera e propria, nessun colpo di scena, nessun colpevole e nemmeno un kit di morale. È lungo ed è pure incompiuto. Tuttavia, è uno dei romanzi più densi che si possano leggere, disseminato di frasi e intuizioni che donano intelligenza, tonificano i pensieri e offrono prospettive utili a comprendere il contesto in cui viviamo. Anche se, o forse proprio per questo, il romanzo è ambientato nell'impero Austro-Ungarico del primo Novecento, poco prima della Grande Guerra.

Propose all’assemblea la fondazione di una “Cucina Imperatore Francesco Giuseppe per la minestra dei Poveri”, suggerimento che venne approvato.

L'ironia scorre potente lungo tutto il romanzo e con magistrale eleganza. 

La nostra ignoranza è estremamente ricca di varietà.

Privo di qualsivoglia competenza critico-letteraria, mi limito dunque a qualche citazione, in corsivo, poi ciascun lettore troverà o ritroverà le proprie. Perché L'Uomo senza Qualità è uno di quei romanzi che si leggono e, soprattutto, si rileggono, frase per frase, perché "tornano su" dalla memoria, in una sorta di ruminio continuo. 

Egli vedeva il cervello del secolo sostituito dalla legge della domanda e dell'offerta, il pensatore pedante dal commerciante regolatore. 

E poi perché nel romanzo gli anticipi ci sono tutti, e sono grandiosi. Ritrovare, in un romanzo scritto un secolo fa, intelligenza per orientarsi nel presente è qualcosa che stupisce e sconcerta al contempo, in una altalena di corsi, ricorsi e fuoricorsi storici, alla Giambattista Vico. 

Buono è considerato oggi ciò che ci dà l’illusione di condurci a qualcosa.

Ma, in fondo, è questo che contraddistingue un "classico": è come il fiume di Eraclito, non ci si immerge mai nella stessa lettura; ogni volta il romanzo cambia, precipita, si agita, regala qualcosa di nuovo. 

Il sovraccarico di aggeggi cerebrali di cui si adorna oggi la diffidenza contro lo spirito, leggo e subito penso agli smartfon (scritto così per personale diffidenza). Ma si sa: Caro dottore - egli dichiarò - nella storia dell'umanità non ci sono regressi volontari! Sì, il romanzo abbonda di punti esclamativi. Forse perché l'esclamazione è interpunzione che gioca forte, cala l'asso e segna il punto. Felicemente, perché oggi come allora il presupposto principale della felicità non è quello di risolvere le contraddizioni bensì di farle sparire, anche ricorrendo a una seconda patria in cui tutto ciò che si fa è innocente.
Non c'è dubbio, da un romanzo è difficile ottenere di più. 

 

Lo stato definitivo di un uomo spiritualmente addestrato era all’incirca questo: che egli non usciva più dal suo campo speciale e si persuadeva per il resto della sua vita che tutto quanto avrebbe forse dovuto esser diverso, ma che era inutile star lì a rimuginarci sopra. 

 

paoloceccato.it

 

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