Sanità, la ricetta del Pd: «Investire di più per salvare la montagna»

Sanità, la ricetta del Pd: «Investire di più per salvare la montagna»

Basta tagli e privatizzazioni. Per la sanità di montagna è ora di invertire la rotta. Firmato: i candidati Pd al consiglio regionale, che ieri mattina a Pieve di Cadore (sede dell’ospedale “Giovanni Paolo II e del Suem – simboli allo stesso tempo di eccellenza sanitaria e di presìdi a rischio ridimensionamento) hanno presentato le loro proposte sul tema dei servizi sanitari per la montagna bellunese.

«Fondamentale», per Fabio Candeago, ex direttore dell’Unità operativa di psichiatria del Cadore, «è il coinvolgimento della comunità, dei sindaci, nelle scelte Cosa che invece non è mai stata fatta, quando è stato il momento di stilare i piani sanitari. La Regione ha sempre calato dall’alto le decisioni». La provincia di Belluno, per il Pd, ha sofferto almeno dieci anni di lento depauperamento delle risorse. «In dieci anni – snocciola i dati Candeago – è stato tagliato il 30% dei posti letto negli ospedali pubblici, mentre sono rimasti inalterati quelli destinati al privato. Una precisa scelta di campo, che punta a privatizzare il servizio». Invece, per i candidati a supporto di Arturo Lorenzoni, deve essere il momento di investire. «Servono più risorse – spiegano in coro i cinque del Partito democratico – per garantire una rete efficiente di ospedali e di punti di primo intervento per le fasi acute. Invece si sta andando nella direzione opposta: basti pensare alla cessazione della convenzione tra Belluno e Treviso per la neurochirurgia, che permetteva di fare interventi salvavita anche a Belluno, con lo spostamento della equipe dell’ospedale di Treviso».

Per il capogruppo Edi Fontana «È necessario potenziare il ruolo dei medici di base, presìdi fondamentali per il territorio, e rafforzare l’assistenza domiciliare in un territorio che sarà sempre più alle prese con età media avanzata e problemi di disabilità e non autosufficienza». «Vivere in montagna è più faticoso», aggiunge Teresa De Bortoli, «e questa cosa va tenuta in considerazione, sostenendo il più possibile, anche economicamente, il mondo del volontariato, fondamentale nel supporto ad anziani e persone disabili. Un mondo che però non può essere costretto a sostituirsi a ciò che deve fare la sanità pubblica».

«Va completamente ridisegnata la logistica della gestione dei servizi – è l’idea di Adis Zatta – ripristinando il “differenziale montagna”, con l’aumento del 25% del budget pro capite per chi vive nelle terre alte». «I medici e gli operatori sanitari che scelgono di lavorare in montagna – spiega Candeago – vanno incentivati economicamente, come succede in altre regioni alpine». Insomma, per dirla come Cristina De Donà, servono «più personale, più strumentazione, più mezzi adeguati». In una parola, più programmazione. «E la Regione cominci ad investire, anche attingendo ai 2 miliardi per la sanità previsti dal Mes – chiosa il deputato Roger De Menech – e prendendo spunto dalle Regioni vicine, come la Lombardia, che nel post Covid investirà miliardi per la sanità di montagna».

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