Diecimila vite spezzate. Cinque Vajont silenziosi. È la ferita che la silicosi ha lasciato nel Bellunese, la malattia professionale che ha devastato intere comunità di montagna nel secondo dopoguerra. Una tragedia che torna oggi alla memoria grazie al lavoro dell’associazione Bellunesi nel mondo e al volume del ricercatore Egidio Pasuch, “Silicosi. L’olocausto dimenticato della montagna veneta” (Abm Edizioni, 2025).
Domani (22 novembre) sarà San Gregorio nelle Alpi, paese simbolo di quella tragedia, ad accendere i riflettori sull’oblio. Alle 17.30, nella sala Tina Merlin, si terrà un incontro promosso da Comune, Biblioteca e famiglia ex emigranti. Con gli amministratori locali ci saranno testimoni di quegli anni e lo stesso autore del libro, per riportare alla luce storie di dolore e di dignità.
San Gregorio, terra di minatori, è stato tra i comuni più colpiti dalla silicosi. Non a caso qui è nata la “via delle lampade spente”, segno tangibile di un lutto collettivo. Ma è stato anche uno dei paesi più attivi nel chiedere giustizia e sensibilizzazione, fino alla svolta di cinquant’anni fa con la legge 780, frutto dell’impegno del parlamentare bellunese Giovanni Bortot e della compattezza delle forze politiche locali. Figure come Giulio Gazzi e don Domenico Cassol hanno incarnato quella battaglia civile, dando voce a chi non ne aveva.
«Negli anni Sessanta e Settanta – ricorda Abm – il numero delle vittime fu tale da trasformare intere comunità in villaggi di vedove. Uomini consapevoli dei rischi, ma pronti a sacrificarsi per garantire un futuro alle famiglie. Una lenta agonia che non può essere dimenticata».
Il libro di Pasuch è un faro acceso sull’oblio: dati, testimonianze e ricostruzioni storiche che restituiscono dignità a migliaia di lavoratori e alle loro famiglie. Perché la memoria non è solo un dovere, ma un atto di giustizia verso chi ha pagato con la vita il prezzo del lavoro.





