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Un approfondimento su un tema di delicata e scottante attualità come quello del fenomeno suicidario nei Corpi di Polizia: lo ha realizzato Alessandro Farina, responsabile provinciale della consulta Forze armate e Sicurezza di Fratelli d’Italia. Questa è la prima parte.

 

Iniziamo da un dato, 69 suicidi avvenuti nel corso del 2019 tra gli appartenenti alle Forze Armate e Forze dell’Ordine con un indice di 1,32 eventi a settimana.

Uomini, padri, mariti, figli e fratelli che non hanno avuto la possibilità e il coraggio di esternare i loro problemi, perché la società in cui viviamo non permette Uomini fragili, come se un Uomo non possa avere emozioni, quindi avere la libertà di esprimerle perché l’uomo, deve essere tutto d’un pezzo. Per un Uomo è difficile dire che è vittima di una violenza fisica o psicologica.

Sono trascorse poche settimane dalla morte suicida di un Assistente Capo della Polizia Penitenziaria, di 50 anni, da tempo in servizio alla casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova, si trovava nella sua auto quando ha interrotto la marcia a bordo strada e si è sparato con la sua pistola d’ordinanza.

Nel 2019 nelle carceri italiane si sono suicidati 52 detenuti e 11 agenti penitenziari. 

È il dato principale contenuto nel dossier “Morire di Carcere” redatto dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti e reso noto alla presentazione del “Dossier criticità” nel dicembre scorso. Premesso che entrambi i gruppi sociali meritano uguale attenzione e che anche un solo suicidio è di troppo, il dato dovrebbe fare riflettere i vertici del Corpo di Polizia e dovrebbe quanto meno attirare l’interesse del Guardasigilli Bonafede.

Gli Istituti penitenziari sono macchine articolate, all’interno di esse ci sono alti indici di disagio sociale, con molteplici difficoltà e precarietà che vanno fronteggiate quotidianamente, spesso con scarse risorse e strumenti utili. Sommosse dei reclusi soffocate dagli agenti – sempre più vittime di violente aggressioni - come quella avvenuta in questi giorni nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) o le proteste e i tentativi di evasione in più istituti nei mesi di emergenza Covid19 , dove in poche ore i detenuti hanno preso il sopravvento sulla gestione dei presidi detentivi, sono benzina in questo scenario infuocato che da un momento all’altro rischia di esplodere.

Ma la cosa più drammatica è la sensazione che lo Stato in carcere non comanda più.

Circa 27 istituti hanno registrato sommosse, rivolte, saccheggi e sequestri di agenti e personale sanitario, liberato dopo ore di trattative.

Inoltre, mentre in carcere scoppiavano disordini e le associazioni di Polizia Penitenziaria chiedevano “corretta campagna di comunicazione, evitando strumentalizzazioni volte ad ottenere provvedimenti clemenziali”, una parte della maggioranza al governo proponeva i domiciliari per i detenuti vicini a fine pena dando così dimostrazione di distacco totale da quelle che erano le ennesime richieste di un corpo di Polizia che ha affrontato e tuttora sta affrontando, dei gravi momenti di tensione, con l’indigesto disinteresse del Governo. Sempre nel 2019 il Sindacato Penitenziari denunciava l’aumento del 400% delle aggressione nei confronti dei poliziotti penitenziari.

 

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