La Marmolada continua a ritirarsi a ritmi sempre più preoccupanti. In un solo anno il principale ghiacciaio delle Dolomiti ha perso 9 ettari di superficie, passando da 92 a 83 ettari, mentre le misurazioni effettuate sul campo registrano un arretramento medio delle fronti di 23 metri, quasi il triplo rispetto agli 8 metri rilevati nel 2025. Sono alcuni dei dati emersi dall’ottava edizione della Campagna Glaciologica Partecipata promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova, realizzata con la collaborazione di ricercatori dell’Ateneo, ARPAV, Fondazione Glaciologica Italiana e volontari provenienti da quattro regioni italiane. Alla campagna hanno preso parte circa trenta persone, dai 16 ai 75 anni, tra escursionisti esperti, insegnanti e semplici appassionati. L’obiettivo è raccogliere informazioni aggiornate per monitorare lo stato di salute del ghiacciaio e comprendere gli effetti dei cambiamenti climatici sulle montagne dolomitiche.
«I dati raccolti quest’anno aggravano una tendenza evidente da decenni, segnando un nuovo record negativo di riduzione della superficie glaciale», spiega Mauro Varotto, docente dell’Università di Padova e responsabile scientifico della campagna. Una perdita di questa portata era stata registrata soltanto nel 2022, l’anno del tragico crollo della Marmolada. «Se si ripetono estati come quella appena trascorsa, il ghiacciaio potrebbe avere solo una decina d’anni di vita», avverte il docente.
A confermare la gravità della situazione sono anche le misurazioni effettuate dalla Fondazione Glaciologica Italiana. «Le misure frontali registrano un ritiro triplicato rispetto allo scorso anno, con una media di 23 metri», sottolinea Giovanni Benetton, responsabile delle rilevazioni. Particolarmente critica la situazione della fronte occidentale, dove un punto di monitoraggio ha evidenziato un arretramento di 120 metri in due anni. Il ghiacciaio, inoltre, risulta ormai completamente privo di neve residua, fatta eccezione per le superfici protette dai teloni geotessili.
Dietro questi numeri c’è stata un’estate straordinariamente calda. Secondo Gianni Marigo di ARPAV, il 2026 è stato «l’anno più caldo in quota sulle Dolomiti almeno dal 1991», superando persino il famoso 2003. Ad agosto le temperature sono rimaste mediamente oltre 3 gradi sopra i valori normali e, alla stazione di Punta Rocca a 3.250 metri, sono state registrate temperature minime sotto zero soltanto in tre giornate. Nessuna nevicata ha interessato le quote più elevate e il degrado del permafrost è proseguito senza interruzioni. Durante la campagna sono stati osservati anche gli effetti delle trasformazioni in corso nelle aree dedicate agli sport invernali. Secondo Alberto Lanzavecchia dell’Università di Padova, l’espansione delle infrastrutture e degli impianti per la neve artificiale fino alle fronti del ghiacciaio rappresenta un segnale della difficoltà di immaginare modelli alternativi allo sci, con conseguenze evidenti sul paesaggio alpino.
L’allarme, però, non riguarda soltanto la Marmolada. «Il 2026 si sta rivelando un anno record anche a scala alpina», evidenzia Aldino Bondesan, responsabile per il Triveneto della Fondazione Glaciologica Italiana. Le perdite di spessore dei ghiacciai risultano fino a tre volte superiori alla media dell’ultimo decennio e la neve accumulata durante l’inverno si è esaurita già alla fine di luglio. In Marmolada, inoltre, a metà agosto sono stati osservati crepacci colmi di acqua di fusione nell’area sovrastante la nicchia di distacco del crollo del 2022, una condizione che gli studi avevano individuato tra i fattori all’origine della tragedia.





