Indicatori inadeguati e riferimenti sbilanciati: così l’Europa si ingolfa

Indicatori inadeguati e riferimenti sbilanciati: così l’Europa si ingolfa

Pubblichiamo la seconda parte di un saggio politico del professor Giovanni Campeol (docente di valutazione di impatto ambientale all’Università di Venezia). Qui la prima parte Dopo la pandemia, opportunità insperate. L’origine dell’Unione Europea

 

Immaginare l’Europa come una “società” omogenea, quindi potenzialmente “unitaria” in quanto compresa in un medesimo spazio geografico, è un errore generato da una visione ideologica della realtà. Il pensiero di Altiero Spinelli, come detto, è la massima rappresentazione di una lettura ideale e astratta di una Europa basata sul modello degli Stati Uniti d’America. 

Errore che i politici europei, usciti dalla devastante Seconda guerra mondiale, hanno fatto perché non hanno tenuto conto della millenaria storia dell’Europa, fatta di grandi diversità, soprattutto culturali. 

Una comunità senza riferimenti etici

Altro errore è stato quello di negare l’unico aspetto che effettivamente unisce da millenni le popolazioni europee, cioè la comune origine cristiana (con matrici ebraiche) che caratterizza la storia del continente. 

Detta origine, tuttavia, è stata colpevolmente disconosciuta, soprattutto dalla burocrazia e dalla politica, che hanno collocato al vertice degli obiettivi comunitari la gestione della finanza piuttosto che lo sviluppo armonioso e specifico dei diversi popoli europei.

Una comunità che misura lo sviluppo con indicatori inadeguati

La scelta strategica di lobby molto ristrette di politici e di alcuni economisti (facenti parte di élite legate alle grandi banche multinazionali) di espropriare le sovranità nazionali ha generato un “sovrastato” della finanza. Queste lobby, infatti, hanno progettato un disegno egemonico basato sulla costruzione di un sistema protocollare di indicatori in campo economico-finanziario aggregati, rigidi e semplicistici (pareggio di bilancio, rapporto PIL debito pubblico…). Tutto ciò a uso e consumo del sistema economico di influenza prevalentemente tedesco. 

Detti indicatori risultano essere totalmente incapaci di rappresentare la diversità e l’originalità delle economie e delle culture delle nazioni europee. Si configurano come un “riduzionismo valutativo”, fatto questo scientificamente e tecnicamente ingiustificabile e che ha contribuito a generare una perdita di competitività e di benessere di molte nazioni che fanno parte dell’Unione Europea. Infatti, per comprendere le caratteristiche socio-economiche di una nazione bisognerebbe costruire panel di indicatori valutativi molto ampi e diversificati, tra i quali inserire il “risparmio delle famiglie”, il “valore del patrimonio culturale” e molti altri; piuttosto che il “debito pubblico” o il “rapporto PIL/debito pubblico”. Aver inserito nella Costituzione della Repubblica italiana il “Pareggio di bilancio” (art. 81) è totalmente priva di senso. Piuttosto si sarebbe dovuto inserire all’articolo 1 della nostra Costituzione la “bellezza” come valore fondante della nostra nazione.

Una comunità nata senza libertà

L’Unione Europea è nata senza “libertà” cioè senza un’espressione della volontà popolare, ma solo per decisione dei governi: potremmo dire quindi senza “speranza”. 

Ricca di significato appare la riflessione di Papa Benedetto XVI, contenuta nell’enciclica “Spe Salvi” (2007), dove afferma che «[…] la situazione delle cose umane dipende in ogni generazione nuovamente dalla libera decisione degli uomini che a essa appartengono. Se questa libertà, a causa delle condizioni e delle strutture, fosse loro tolta, il mondo, in fin dei conti, non sarebbe buono, perché un mondo senza libertà non è per nulla un mondo buono […]».

Il tema della libertà delle nazioni europee non si pose nel momento in cui dalla forma giuridico-istituzionale della “Comunità Economica Europea” si passò a quella della “Unione Europea”. Passaggio questo, in apparenza quasi un’evoluzione naturale delle cose e di competenza della classe politica al governo, che ha generato il più grande vulnus alla democrazia in Europa dalla Seconda guerra mondiale, per effetto della mancata libertà di scelta dei popoli che compongono l’Europa. Si è così confermato il motto di Otto von Bismarck: «La libertà è un lusso che non tutti si possono permettere».

Riflette ancora Papa Benedetto XVI «[…] Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell’umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa. Ma ciò significa che il retto stato delle cose umane, il benessere morale del mondo non può mai essere garantito semplicemente mediante strutture, per quanto valide esse siano. Tali strutture sono non solo importanti, ma necessarie; esse tuttavia non possono e non devono mettere fuori gioco la libertà dell’uomo […]». 

La progressiva perdita di sovranità delle nazioni appartenenti all’Ue (assieme alla dissennata gestione dell’immigrazione e al sempre più pervasivo egemonismo tedesco) è stato probabilmente uno dei motivi fondamentali che ha spinto, giustamente, la Gran Bretagna a uscire dall’Unione (continua…)

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