Gli “angeli” delle case di riposo: «Nella pandemia siamo stati gli ultimi volti visti dai nostri ospiti»

Gli “angeli” delle case di riposo: «Nella pandemia siamo stati gli ultimi volti visti dai nostri ospiti»

«Il momento peggiore era quando si chiudevano i sacchi neri. Dentro finiva l’esistenza dei nostri ospiti. E noi non potevamo neanche piangere, sotto la mascherina…». Parole toccanti e terribili, quelle pronunciate da una operatrice socio sanitaria. Parole che raccontano la realtà vissuta dalle case di riposo nel ciclone del Covid e che rendono merito ai sindacati per aver organizzato la festa del Primo maggio proprio davanti a una Rsa, la Gaggia Lante di Belluno.

Nel giorno della festa dei lavoratori è stata una lavoratrice della casa di riposo bellunese a dare una delle testimonianze più autentiche di cosa ha significato la pandemia. Al di là di ogni retorica sugli “eroi” che facilmente il modello italico propone e ripropone a ogni emergenza. «No, non siamo stati eroi» dice Jenny Nessenzia, Oss alla Gaggia Lante. «Abbiamo fatto il nostro lavoro. E non è stato semplice».

Jenny Nessenzia ha raccontato la sua esperienza. Con voce rotta dall’emozione. Ma d’altronde è così: quello che è successo nelle case di riposo tra prima e seconda ondata Covid non può lasciare indifferenti. Prima l’isolamento forzato e gli anziani impossibilitati a ricevere visite («qualcuno si è lasciato morire, sapendo che non poteva più vedere i suoi cari» ha raccontato l’operatrice socio sanitaria). Poi, l’entrata del virus, nonostante tutte le accortezze e i protocolli utilizzati.

«A novembre, quando il virus è entrato anche alla Gaggia Lante nonostante tutti i nostri sforzi, abbiamo vissuto momenti veramente difficili – ha spiegato Nessenzia -. I nostri nuclei sono diventati reparti d’ospedale. Ci siamo confrontati con nuovi protocolli e con dispositivi di protezione individuale che non avremmo mai pensato di dover indossare».

Una vita stravolta per gli anziani. Un lavoro stravolto per gli Oss. Ma anche un impatto con la realtà difficile da digerire.

«Ricordo con dolore le persone che non ce l’hanno fatta. I nostri anziani che hanno dovuto morire da soli» le parole di Nessenzia. «Uso questo termine perché è quello che è successo. Siamo stati noi le ultime visite, gli ultimi volti che hanno visto. Ora che il peggio sembra alle spalle, a mente fredda ci chiediamo se potevamo fare di più. Non saprei dare una risposta. Di certo, abbiamo messo tutte le nostre risorse. Lavoravamo qui, in casa di riposo. Lavoravamo a casa… attraverso i gruppi whatsapp ci mandavamo messaggi per organizzare i turni. Io mi svegliavo di notte per controllare il telefono e sapere come stavano i nostri nonni che avevano contratto il virus. Abbiamo lavorato giorno e notte. E abbiamo pianto, sotto quelle mascherine».

Già, le mascherine. E c’è ancora qualcuno che si ostina a chiamarle museruole e proprio non vuol saperne di indossarle, per la salute di chi gli sta vicino…

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