Riceviamo e pubblichiamo la nota di Alessandro Farina (capogruppo consiliare a Belluno di Fratelli d’Italia)
8 giugno 2021: ad Herat, sede del contingente italiano nella missione Nato in Afghanistan, si è tenuta l’ultima cerimonia dell’ammaina bandiera. In quella terra afghana, il tricolore ha sventolato per vent’anni. Dalle basi agli avamposti più remoti, passando tra i villaggi, distretti nelle province e regioni della vasto territorio.
Un percorso iniziato all’indomani del drammatico attentato al Torri gemelle. Dal novembre 2021, prima operando nell’Oceano indiano e poi direttamente nel territorio, più di 50mila militari tra donne uomini di tutte le forze armate si sono alternati nei vari impieghi operativi, di supporto e soccorso alle popolazioni locali, con l’interazione diretta, la comprensione, la disponibilità, ottenendo la fiducia del popolo afgano.
È una delle missioni più lunghe che le forze armate italiane abbiano mai svolto. Sul campo restano 53 caduti e oltre 700 feriti che ancora oggi portano le ferite a testimonianza del loro coraggio e dell’amore per il servizio alla Patria. Belluno purtroppo ho vissuto questi tragici momenti di dolore.
Sono passati 12 anni dall’attentato in cui persero la vita giovani alpini del Settimo reggimento. Li abbiamo visti tornare in foto, con il cappello alpino, le loro decorazioni, avvolti dall’amato tricolore. Ma non abbiamo più rivisto i loro occhi, i loro sorrisi, i loro volti.
Per i nostri giovani militari le missioni di pace sono una questione d’amore per dare dignità, democrazia e pace a zone martoriate da decenni di guerre civili e di assenza di solide strutture governative. Sarà sempre così.
Tornando al maledetto giorno, il 9 ottobre del 2010, in Afghanistan un ordigno esplode al passaggio di un blindato lince, mezzo di un autocolonna militare italiana che stava scortando dei veicoli civili adibiti al trasporto di elementi logistici. La deflagrazione non ha lasciato scampo ai quattro alpini: caporalmaggiore scelto Gianmarco Manca, 32 anni di Alghero; caporalmaggiore scelto Sebastiano Ville, 27 anni, di Francofonte (Siracusa); primo caporalmaggiore Francesco Vannozzi, 26 anni, di San Giovanni alla Vena (Pisa); primo caporalmaggiore Marco Pedone, 23 anni, di Patù (Lecce).
Gli Alpini caduti, militari giovani ma preparati ed esperti, prestavano servizio presso il reggimento bellunese. Con orgoglio, indossavano una divisa e il cappello alpino per i quali hanno sempre mostrato un forte attaccamento e senso di appartenenza.
Nonostante siano passati 12 anni da quel maledetto giorno, in ricordo di Sebastiano, Marco, Gianmarco e Francesco rimane vivo nel cuore di tutte le persone che hanno avuto modo di condividere con loro la quotidianità, anche al di fuori dell’ambito lavorativo per il quale hanno elevato la loro vita per il servizio che la Nazione li aveva chiamati a svolgere. In una terra lontana da casa, martoriata da una natura ostile, disperata e crudele.
Assessore Monica Mazzoccoli: «I ragazzi del nostro esercito, sempre in prima linea a sostegno delle più svariate attività, oltre che nelle missioni lontano da casa, meritano attenzione e rispetto. Dedicare alla loro memoria del tempo pare sia davvero il minimo da parte anche di noi amministratori.la memoria di ciò che è accaduto non deve svanire».
Assessore Raffaele Addamiano: «Desidero anche io ricordare, inchinandomi con deferenza e rispetto, quattro ragazzi, quattro valorose Penne nere che hanno donato la loro giovane vita per un ideale alto e nobile. Dodici anni sono un attimo di eterno che lega noi a loro in un abbraccio fraterno. Che la città di Belluno e cittadini bellunesi, oggi e sempre, rendano onore a loro perché, come scriveva qualcuno, “chi per la patria muor vissuto è assai, la fronda dell’allor non langue mai”».
Sindaco Oscar De Pellegrin: «È davanti all’assenza di pace che ci ricordiamo di quanto essa sia un valore fondante della nostra civiltà, di ogni civiltà. Dove non c’è pace non ci sono diritti, non c’è rispetto per la vita e per la dignità dell’uomo, non ci sono futuro, progetti e sviluppo. La guerra inghiotte vite e vita. Oggi, guardando, ascoltando e leggendo cosa sta accadendo in Ucraina da troppi giorni, il ricordo dei nostri 4 alpini mi risulta ancora più caro. 4 vite spezzate nel fiore dell’età al quale tutti noi dobbiamo un sincero omaggio e lo dobbiamo ogni anno, più volte all’anno direi, perché l’oblio è un pericoloso anestetico che rischia di lasciarci indifferenti, abituati, davanti a tante brutture».





