Il fermo nazionale dei Tir è stato scongiurato sul filo di lana, ma la fotografia scattata dalla Cgia di Mestre resta impietosa: il caro gasolio esploso con la crisi nel Golfo è costato agli autotrasportatori veneti 180 milioni di euro in appena tre mesi. Un macigno che si abbatte su un settore già fragile, soprattutto nelle province più deboli. E in cima alla lista c’è Belluno, che negli ultimi dieci anni ha perso un’impresa su tre. «Il prezzo del diesel è salito da 1,676 a 1,986 euro al litro: un aumento del 18,5%» si legge nel documento della Cgia. «Per gli autotrasportatori veneti il rincaro subito dovrebbe aggirarsi attorno ai 180 milioni di euro». Numeri che spiegano bene perché il settore fosse pronto allo stop dei mezzi pesanti previsto da lunedì 24 a venerdì 29 maggio.
Fermo revocato, ma la crisi resta: 65mila mezzi veneti a rischio blocco
L’accordo tra Governo e associazioni datoriali ha evitato il fermo dei quasi 65mila mezzi pesanti immatricolati in Veneto, che avrebbe paralizzato la distribuzione di merci e beni essenziali. Ma la tregua non cancella i problemi strutturali. Il diesel resta il primo killer dei bilanci: 6.018 euro di carburante per ogni camion nei mesi di marzo, aprile e maggio, cioè 940 euro in più al mese rispetto all’inizio dell’anno. A livello nazionale, l’extra costo sfiora i 2,1 miliardi di euro.
Belluno maglia nera del Veneto: -34% di imprese
La parte più drammatica dell’analisi riguarda la tenuta del tessuto imprenditoriale. In Veneto, dal 2015 al 2025, le imprese dell’autotrasporto sono scese da 8.808 a 6.666: un crollo del 24,3%. Ma Belluno fa peggio di tutti: dalle 215 imprese registrate nel 2015 si è passati a 142: 73 attività in meno, pari ad un gelido -34%. È la contrazione più pesante dell’intera regione, davanti a Treviso (–30%), Rovigo (–28,9%) e Venezia (–28,7%). Un dato che pesa ancora di più se confrontato con Verona, che pur perdendo 218 imprese in dieci anni, limita la flessione al –12,2%. La Cgia ricorda che la moria bellunese è legata a tre fattori: crisi economiche ripetute, concorrenza dei vettori dell’Est e sparizione delle micro-imprese monoveicolari, spesso inglobate in processi di aggregazione.
Liquidità a rischio: costi immediati, incassi a 120 giorni
Il rapporto mette in luce anche il problema del cash flow: il gasolio si paga subito, le fatture si incassano dopo mesi. Un meccanismo che “crea una fame di liquidità letale”, scrive la Cgia, e che colpisce soprattutto i piccoli padroncini, incapaci di imporre ai committenti l’adeguamento automatico del fuel surcharge. A peggiorare il quadro, i ritardi nei pagamenti: il Ministero ha richiamato i committenti al rispetto dei termini, con sanzioni fino al 10% del fatturato annuo, ma la prassi resta diffusa.
Un settore che si assottiglia, ma che cambia pelle
La Cgia sottolinea che la riduzione delle imprese non è solo un segnale negativo: le aggregazioni hanno aumentato la dimensione media delle aziende e la produttività del sistema logistico. Resta però il nodo delle province più fragili, e Belluno è la prima della lista.





