Sarà per le radici rurali e pagane su cui affonda la tradizione cristiana. Sarà perché sono i giorni del solstizio, che gli antichi vedevano come una data particolare, quasi magica. Fatto sta che l’acqua di San Giovanni Battista ha un velo di antico e un sapore di mistero. E nel Bellunese non sono pochi quelli che proseguono la tradizione.
È semplicissimo: basta prendere una bacinella e metterci un po’ d’acqua, con fiori ed erbe. Rosmarino, ruta, salvia, camomilla, lavanda, menta… immancabile l’iperico (in foto) noto proprio come “Pianta di San Giovanni”, tanto che tradizionalmente era raccolto proprio il 24 giugno, festa del santo, e veniva chiamato “fugademonum” (scaccia diavoli). La bacinella va poi esposta alla rugiada. E la mattina dopo, ecco l’acqua “magica” con cui bisogna lavarsi viso e mani: è la guazza di San Giovanni che – secondo la tradizione – “cura tutti i malanni”.
Se si volessero trovare simbolismi antichi, non sarebbe difficile. L’acqua è tipica per San Giovanni, colui che battezzò Gesù. E anche la festa del 24 giugno – natività del santo – non è strana: sei mesi esatti prima della nascita di Cristo. Ma i legami con il mondo rurale e agricolo sono ancora più forti. Non è un caso se molte chiesette bellunesi sono state intitolate proprio al Battista. Un esempio? La splendida chiesa di Vinigo (a Vodo di Cadore), un gioiello di architettura e di arte, fondata a fine ‘400 e ricca di dipinti tra cui due a firma della bottega Vecellio.






