«I fondi stranieri che spolpano il made in Italy». La Cisl lancia l’allarme

«I fondi stranieri che spolpano il made in Italy». La Cisl lancia l’allarme

«Aziende frammentate, cedute un po’ alla volta a fondi stranieri, che ne sviliscono il know-how e rischiano di lasciare solo macerie sul territorio». Comincia così l’intervento di Gianni Boato, segretario Femca Cisl Belluno Treviso, sulla situazione di alcune realtà produttive del territorio. E il pensiero corre subito alla Ideal Standard di Trichiana, ex gloriosa Ceramica Dolomite e oggi in mano a un fondo straniero, che ha chiesto sacrifici ai lavoratori per investire sul nuovo forno, ma è pronto appena qualche mese dopo a traslocare altrove. 

«Il copione è sempre lo stesso e sempre più diffuso negli ultimi anni: fondi di investimento stranieri acquisiscono rami di aziende locali o il 100% dell’impresa, mettendo in campo una governance sterile e a distanza, che spesso svuota di ruolo e responsabilità il management locale, lasciando disorientati sia i lavoratori che il gruppo dirigente locale – continua Boato -. I fondi di investimento internazionali e le multinazionali certamente offrono delle enormi possibilità di sviluppo nel mercato globale, ma è altresì vero che si rischia di perdere il senso di appartenenza al territorio e quelle che eticamente dovrebbero essere le finalità dell’impresa sancite anche dalla nostra Costituzione, che, all’articolo 41, afferma come l’iniziativa economica privata sia libera, ma non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Sempre più spesso si assiste allo svuotamento del ruolo dirigenziale locale, con il risultato che alla frustrazione del lavoratore che non ottiene risposte riguardo al proprio futuro, si aggiungono le difficoltà dei manager, che nella pratica non sono più né responsabili né interlocutori di chi, nella stanza dei bottoni dall’altro capo del mondo, decide se investire in uno stabilimento o sancirne la chiusura. E poco importa se a casa rimangono centinaia di lavoratori e lavoratrici: la lontananza e la maniera ‘asettica’ di prendere le decisioni, come se non riguardassero persone, famiglie e territorio, rendono tutto molto semplice».

Per il sindacato, la questione va affrontata a livello sia nazionale che locale. «Servono politiche industriali e orientamenti precisi da parte della politica che deve rendere più appetibile fare impresa che investire i capitali nella finanza: appellarsi a investitori locali solo quando qualcuno se ne va rischia di essere una partita giocata a tempo scaduto – conclude Boato -. È fondamentale continuare a rendere attrattivi i progetti d’impresa e di sviluppo nell’economia reale, definendo con chiarezza gli obiettivi su cui il sistema-Paese deve puntare (auto, chimica, moda, turismo ecc..). Il sindacato è maturato ed è un attore protagonista nei tanti processi di trasformazione e innovazione che stanno interessando l’impresa. Purtroppo sembra invece che molti imprenditori, sconfortati, abbiano abbandonato il campo da gioco, in una fase storica in cui è invece forte più che mai la necessità di riportare il Paese ad essere grande, e non a perdere i pezzi».

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