Come si comportano le persone di fronte all’emergenza sanitaria? Cosa pensa la gente delle misure di sicurezza? Abbiamo provato ad analizzare il fenomeno dal punto di vista socio-politico. Con la preziosa consulenza del sociologo Diego Cason, che ci offre il suo punto di vista.
Oggi, la prima parte della sua analisi.
Dal 21 febbraio il Covid-19 è ufficialmente in Italia. Portato in Italia da italiani. E colpisce gli italiani. Il 22 febbraio, il giorno dopo, il Governo assume misure speciali per isolare i primi due focolai di Codogno e Vo’ Euganeo. Il 25 febbraio c’è un altro decreto che isola Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Il 4 marzo un nuovo decreto chiude tutte le scuole, le università e i luoghi aperti al pubblico. L’8 marzo un altro decreto blocca gli spostamenti interregionali. L’11 marzo arriva il decreto che mette in clausura tutta l’Italia. Prima del 22 febbraio il virus era una questione cinese; oggi in Italia si contano più morti che in Cina (13.155, dato del 1° aprile), visto che i numeri ufficiali cinesi si fermano a 2.535 defunti (ma altre fonti non ufficiali parlano di almeno 42mila morti).
Ora, leggendo social, giornali e altri media, si moltiplicano le critiche al Governo, perché «avrebbe dovuto agire prima». Il virus si era già manifestato in Cina e in Corea il 14 dicembre e il suo genoma è stato pubblicato il 10 gennaio. Proviamo a prendere sul serio le critiche all’Esecutivo e indirettamente anche ai presidenti delle Regioni. Avrebbero dovuto agire e mettere in quarantena l’Italia il 15 dicembre, l’11 gennaio, o il 21 febbraio? Si consideri che in Cina la quarantena nella città di Wuhan è iniziata il 23 gennaio, ma è diventata operativa solo il 6 febbraio. In tutti i Paesi i contagi iniziano a essere comunicati dal 13 gennaio (in Thailandia) e l’Oms solo il 23 gennaio ha dichiarato che il Covid-19 è una epidemia internazionale.
Possiamo forse considerare che prima di questa data, nemmeno nel Paese già pesantemente colpito dal virus si sapeva bene cosa fare. Anche a Wuhan ci sono volute due settimane per attuare i provvedimenti di contenimento del contagio. In un Paese con 4 milioni di possibili contagiati su 1,4 miliardi di abitanti, e quindi con una struttura produttiva e logistica in grado di servire l’area contagiata.
In Italia questa latenza, tra il sapere e il fare, è durata 19 giorni. È durata di più, ma vale la pena considerare che l’Italia è una democrazia e che la competenza sanitaria è regionale, ma in materia di epidemie e pandemie è del ministro della salute. A questo proposito così si esprime Walter Ricciardi, consulente del Governo: «L’Italia ha un sistema sanitario frammentato che è in mano alle Regioni, nel quale lo Stato ha ruoli limitati. In tempi di epidemia questo può avere effetti letali, perché serve una linea unitaria». Inoltre va segnalato che abbiamo meno di 10 tecnici epidemiologici in Italia in grado di adottare la tecnica investigativa necessaria per controllare la diffusione di un virus. Immaginatevi quali sono i problemi nel caso di un virus sconosciuto.
Bene: questi, in sintesi, i fatti. Il Covid-19 è una sciagura, ma qualcosa possiamo apprendere, grazie alla sua presenza (continua…)
DI DIEGO CASON





