Racconto dall’epicentro del virus: «Ogni giorno qui è un bollettino di guerra»

Racconto dall’epicentro del virus: «Ogni giorno qui è un bollettino di guerra»

Strade deserte, non c’è anima viva sui terrazzi, nessuno che improvvisa passeggiate per uscire di casa. Eppure anche in provincia di Bergamo è una splendida giornata di primavera. La differenza? Tutta nei numeri e nella consapevolezza della dimensione del problema. Cinque morti in un solo quartiere. «Ma potrebbero essercene di più: non sappiamo. La situazione è pesante. Emotivamente è difficile, perché ogni giorno qui è un bollettino di guerra». 

La voce arriva squillante dalla videochiamata di Whatsapp. Ma neanche la tecnologia riesce a celare la preoccupazione. La voce è quella di Martina Garzotto, una ragazza bellunese che da qualche tempo vive e lavora a Pedrengo, un piccolo Comune alla fine della val Seriana, a dieci minuti d’auto da Bergamo. Non proprio nel cuore della zona rossa, ma a due passi da Alzano Lombardo e Nembro. In pratica, a due passi dall’epicentro del coronavirus.

«Nel mio quartiere sono morte già cinque persone (tante quante in tutta la provincia di Belluno, ndr) – racconta Martina -. Lo zio dell’amico, un amico di famiglia, una ragazza che conosciamo abbastanza bene… Forse sono morte anche altre persone della zona: non lo so. Non potendo muoverci di casa, non sappiamo esattamente cosa stia succedendo. Anche perché non vengono più di tanto divulgati i dati, non c’è una comunicazione puntualissima. Ci facciamo telefonate di aggiornamento tra amici. Ormai ogni giorno è un bollettino di guerra. E non si ammalano solo gli anziani. Nel quartiere dove abito è mancata una donna di 43 anni, senza patologie, con due bambini piccoli. Un’amica che lavora in ospedale mi ha spiegato che ci sono diversi neonati al momento ricoverati. Per fortuna, i bambini non sviluppano sintomi preoccupanti. Per loro è stata creata un’area apposita, una cabina in cui non possono entrare neanche i genitori. Entrano solo i sanitari, tutti bardati».

Il racconto di Martina sembra arrivare da una zona di guerra. Resoconto dal fronte, con immagini di morti e feriti, come in ogni guerra che si rispetti. Solo che il nemico è invisibile e le armi a disposizione sono poche, spuntate; come pochi cominciano a diventare i posti letto in ospedale. Ce ne sono tre nella zona, il Giovanni XXIII a Bergamo e due strutture più piccole a Seriate e Alzano Lombardo. «E sono tutti e tre pieni, intasati – dice Martina -. Hanno cercato di ricavare più postazioni possibili, ma non bastano e adesso stanno mettendo in piedi un ospedale da campo, con altri posti letto, dentro il padiglione fiere. Un amico elettricista che lavora per l’Asl mi ha raccontato qual è la situazione degli ospedali. Non esistono più corridoi, sale di attesa… ci sono posti letto improvvisati, persone ricoverate ovunque, nel tentativo di ricavare più posti possibile. Non c’erano più ambulanze: hanno adibito camioncini di Protezione Civile e degli Alpini. Qui sentiamo tutto il giorno le sirene». 

Il problema è proprio la mancanza di posto nelle strutture sanitarie. «E finché non subentrano complicanze, non c’è spazio negli ospedali – continua Martina Garzotto -. Il cugino di una mia amica è risultato positivo; lo hanno fatto rimanere a casa, perché era giovane, anche se aveva la febbre alta. Lo hanno ricoverato solo dopo una crisi respiratoria. Adesso è intubato. Ha 27 anni».

L’aspetto più straziante è l’annullamento di tutto quello che riguarda l’aspetto umano. Del resto, è una guerra, è inevitabile. «Ci sono anziani che vengono lasciati a casa, perché non c’è posto in ospedale – continua Martina -. L’Asl manda qualcuno a controllarli due o tre volte al giorno: fanno quello che riescono. Ai parenti è vietato qualsiasi tipo di contatto. E così anche quando muoiono. Se ne vanno da isolati in casa: sigillano la stanza finché non riescono a recuperare la salma per portarla via. Per i famigliari non è possibile neanche scegliere la bara, visto che non ce ne sono più. Non sanno dove verranno sepolti i loro cari, perché vengono portati dove c’è posto».

Come mai Bergamo? I bergamaschi se lo sono chiesto. Qualcuno dice che il tutto è scoppiato dopo la partita di Champions League tra Atalanta e Valencia. Qualcun altro crede che possa centrare il traffico dell’aeroporto di Orio al Serio, dove passano migliaia di persone ogni giorno (o meglio, passavano, prima del virus) e dove è attivo il più grande polo logistico del Nord Italia di Dhl. «Non sappiamo neanche noi perché ci sia stato l’exploit, proprio qui, proprio adesso – dice Martina -. Di sicuro la cosa è stata sottovalutata, almeno all’inizio. Il 15 febbraio, quando ancora non c’era l’emergenza e il virus sembrava qualcosa di confinato all’estremo oriente, sono partita da Orio per il Marocco, senza nessun tipo di controllo. Al rientro, una settimana dopo, era il primo giorno di exploit del contagio. All’aeroporto c’erano i volontari che mi hanno misurato la temperatura, ma niente di più».

Martina è in quarantena. Perché per qualche giorno ha avuto febbre alta e sintomi influenzali. Non sa se si è trattato di coronavirus, «perché nessuno mi ha fatto il tampone. Adesso sto bene. Ma emotivamente è pesante. La situazione a Bergamo è surreale. In giro non c’è nessuno, i corrieri hanno sospeso l’attività. Da noi arrivano ancora, ma si cerca di ordinare il meno possibile. Lasciano i pacchi nel parcheggio, non firmi più niente. Noi non usciamo e ci facciamo portare la spesa a casa. Le giornate sono tutte uguali, tremendamente identiche una all’altra. Cerco di distrarmi leggendo, guardando film su Netflix, ma poi ogni sera arrivano le notizie terribili, con i numeri dei contagiati e dei morti. Sono preoccupata perché qualsiasi cosa succeda sono distante dalla mia famiglia a Belluno, e il mio ragazzo è distante dalla sua famiglia, che vive dall’altra parte della città. È strano da spiegare».

Strano da capire anche come mai lontano da Bergamo non si sia ancora raggiunta la piena consapevolezza del problema. «Mi dà un nervoso incredibile il fatto che noi stiamo facendo sacrifici pesanti, e sui social vedo gente che va a passeggiare. Qui non succede: non ci sono stati neanche i flashmob dai terrazzi, perché nessuno ha voglia di cantare o di suonare. Anche la partita di Champions dell’Atalanta, che solitamente avremmo visto tutti insieme in piazza, o in giro per locali, è passata in secondissimo piano. Poi però mi raccontano che appena fuori città e anche a Belluno ci sono persone che non rispettano i limiti. Allora mi chiedo che senso ha… O ci sacrifichiamo tutti, altrimenti si vanificano gli sforzi di una città piegata, di una regione a terra. Questo vale per l’Italia, ma anche per il resto d’Europa: servono misure univoche, uguali per tutti. Perché il coronavirus non è un’influenza: si muore per davvero».

Martina prova a guardare oltre la quarantena. A cosa sarà dopo. Al ritorno alla normalità. E ai piccoli aspetti di solidarietà che emergono in queste giornate difficili, come la videochiamata agli amici, alla famiglia. O come «il ristorante pluristellato che cucina pasti per i medici e gli infermieri dell’ospedale». «Non so quando ne usciremo. Se tutta l’Europa adotta misure severe, possiamo superare questa emergenza. Ma non credo torneremo alla normalità, ai week-end all’estero, allo shopping, prima della fine del 2020. Mi spaventano le persone che non rispettano le regole». Già, perché le regole ci sono. E qualcuno non l’ha ancora capito.

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