Il prezzo del latte crolla e nelle Terre Alte torna l’allarme rosso. In appena due mesi il valore riconosciuto ai produttori è passato da 68 a 48 centesimi al litro: un tonfo del 30% che riporta il settore ai giorni più bui della pandemia. «Come ai tempi del Covid, quando lo stop dell’Horeca aveva paralizzato tutto» ricorda Cia Belluno. Il comparto, che solo da poco stava rialzando la testa, è di nuovo in affanno. Le cause? Produzione in eccesso a livello europeo e mondiale, consumi rallentati e importazioni che hanno ulteriormente schiacciato le quotazioni. Un mix che ha travolto gli allevatori, già provati da anni difficili.
Uno spiraglio arriva dall’accordo raggiunto lunedì al ministero dell’Agricoltura: a gennaio il latte verrà pagato 54 centesimi al litro, a febbraio 53, a marzo 52. Una boccata d’ossigeno, ma ancora lontana dai livelli necessari per garantire sostenibilità economica.
Nel Bellunese operano 250 allevamenti certificati, per un totale di 15mila capi e un fatturato annuo che supera i 30 milioni di euro. Ma con questi scossoni, avverte Cia Belluno, la stima per il 2025 rischia di essere rivista al ribasso. «Abbiamo raggiunto un punto di non ritorno» denuncia il presidente Rio Levis. «In queste condizioni i produttori rischiano di lavorare in perdita. Un allevamento non è una fabbrica: non puoi spegnere le macchine per risparmiare. Non chiude mai, nemmeno a Natale, e i costi restano altissimi. Se il trend non si ferma, molte attività potrebbero essere dismesse».
A complicare il quadro c’è anche l’impennata del prezzo dell’erba medica, foraggio fondamentale per la qualità del latte. A causa dei cambiamenti climatici – siccità alternata a nubifragi – in Veneto se n’è raccolta poca: oggi un quintale costa 25 euro, contro una media storica di 18. «La filiera del latte è già di per sé impegnativa. Questa batosta non ci voleva» conclude Levis. «Continueremo a portare la questione nelle sedi opportune: qui è in gioco la sopravvivenza stessa del comparto».





