Il sogno ha una forma ovale. E la residenza a Edimburgo.
Strano, come sogno? Non per loro: non per cinque ragazze che con il loro sorriso, l’esempio, l’impegno, l’abnegazione e anche le qualità tecniche, hanno la forza di abbattere cliché e luoghi comuni. I giovani sono spenti e “si accendono” solo con smartphone e social network? Gli adolescenti non fanno più sport? Il rugby è uno sport prettamente maschile?
Tre domande diverse, una sola risposta: falso. E per avere conferma, basta vedere in azione Martina Busana, Erika Campigotto, Francesca Celli, Silvia Fent e Sofia Palladino: cinque ragazze, atlete vere, che vivono per le mischie, le mete, i placcaggi. Sono le giocatrici del Rugby Feltre e domani (martedì 5) si ritroveranno a Linate per imbarcarsi in un’avventura azzurra. Sì, perché sono state convocate nella Nazionale Under 18 in vista del “Six Nations festival femminile” di Edimburgo. E, nella capitale scozzese, rappresenteranno l’Italia in una nuova manifestazione con le pari età di Scozia, Galles, Irlanda, Inghilterra e Francia. L’esordio sarà il 9 aprile contro il Galles e la squadra di casa, in partite di 35′, mentre nella seconda giornata le ragazze si misureranno con la Scozia, nell’arco dei 70’.
Silvia Fent, in rappresentanza del gruppo, entra nelle pieghe di questa convocazione: «È un grandissimo orgoglio – racconta -. Mi sento ripagata di tutti gli sforzi che ho compiuto e che continuo a compiere, partendo dal fatto che nel nostro paese non c’era una squadra femminile e abbiamo iniziato da zero».
Si tratta di un punto di partenza, un traguardo o una tappa intermedia?
«Tutte e tre le definizioni. Ovviamente è un punto di partenza perché speriamo che il progetto vada avanti e di farne parte il più possibile; è una tappa intermedia perché abbiamo lavorato tanto prima di questo Sei Nazioni e lavoreremo tanto dopo. In ogni caso, il festival non lo voglio vedere come l’inizio o la fine drastica di qualcosa, sarà la prosecuzione di un percorso. Infine, è assolutamente un traguardo perché non mi sarei mai immaginata di giocare a simili livelli».
Che cos’è il rugby?
«È famiglia, responsabilità nei confronti della squadra, ma non solo. È adattamento, sacrificio, ma soprattutto tanta felicità e spensieratezza».
Avete incontrato dei pregiudizi rispetto alla pratica di una disciplina considerata (a torto) adatta ai maschi?
«Certo che li abbiamo incontrati, ma l’importante è lavorare, lavorare e lavorare. Sempre e il più possibile: il tempo poi ripaga di ogni fatica. Come ha fatto con noi».
Sogno nel cassetto?
«Raggiungere i massimi livelli nel rugby vincendo un Sei nazioni tra le “grandi”».





