Tanto tuonò che piovve. Solo che la pioggia – in un’estate di grande caldo e grande affluenza turistica sulle montagne bellunesi – è tutta per la Fondazione Dolomiti Unesco, e di riflesso per i “monti pallidi”.
Prima, non più tardi di qualche settimana fa, era stato il presidente nazionale del Cai a sollevare dubbi, dicendo che non è escluso che si possa cancellare il riconoscimento Unesco per le Dolomiti. Poi, è arrivato anche Mountain Wilderness. L’associazione ambientalista ha tuonato ieri (3 settembre), proponendo un’analisi che dice in sostanza una cosa sola: «Fallimento».
«La scelta del patrimonio naturale fin da subito fu aspramente criticata dall’associazione in quanto l’aver scelto di tutelare solo gli ambiti rocciosi e le aree già parco naturale o inserite in Rete Natura 2000 impediva l’avvio di un progetto di tutela complessiva dell’area dolomitica compresa fra i fondovalle fino agli alpeggi e alle fantastiche rocce» premette un passaggio del documento di Mountain Wilderness. «Già allora era emerso evidente come i politici avessero guidato le Dolomiti a divenire un banale marchio turistico, utile a una mercificazione del territorio, da proporre alla collettività nazionale e internazionale cancellando di fatto da quello stesso territorio i tanti valori e le identità delle popolazioni che lo abitano: sparivano così ogni richiamo culturale, storico, identitario e di alta valenza conservazionistica, sia dei paesaggi che degli ambiti naturali».
L’associazione non usa mezzi termini. E se la prende con la Fondazione Dolomiti Unesco, ma anche con la politica: «Se la Fondazione ha fallito nella sua mission a nostro avviso la prima causa sta nella scelta del 2009 di arrivare a tutelare solo gli ambiti di alta quota. I nove siti indicati meritevoli di tutela, per lo più rocciosi, hanno permesso di evitare, scientemente, una valutazione complessiva di quanto accadeva nelle immediate pertinenze: potenziamento della viabilità stradale, diffusione di aree parcheggio per favorire l’uso dell’auto privata, demolizione del servizio di trasporto pubblico, potenziamento progressivo delle aree sciabili, potenziamento delle strutture ricettive – anche i rifugi in alta quota -, azione pressante di marketing turistico diffusa ovunque con un uso strumentale del marchio Dolomiti Unesco, anche laddove questo non coinvolge il territorio. All’insieme già di per sé preoccupante si è accompagnata un’azione devastante delle pubbliche amministrazioni nel favorire l’urbanizzazione delle alte quote e nella colpevole assenza di controllo e proposta da parte del Ministero dell’Ambiente. In ogni situazione si è favorito e ancora si favorisce il diffondersi del turismo di massa».
LE RICHIESTE
Mountain Wilderness poi stila una lista di interventi ritenuti «urgenti e necessari». Si parte dal chiudere al transito delle auto private la strada delle Tre Cime di Lavaredo, e dalla regolamentazione severa del traffico sui passi dolomitici. Si prosegue con la richiesta di «limitare o vietare gli accessi nelle aree già oggi oltremodo antropizzate o in situazioni dove da tempo i limiti sostenibili sono stati superati». Di «contrastare l’intensificazione e il potenziamento delle infrastrutture o un loro uso inappropriato che porti impatti negativi sui valori del bene». Di «vietare la pratica dell’eliturismo, oggi sostenuta e alimentata direttamente perfino in province dove questa attività tanto devastante dovrebbe risultare vietata per legge». Di «avviare una politica conservazionistica dei beni naturali. Di praticare una politica di contenimento del potenziamento dei rifugi, sia privati che del Caio della Sat. Di evitare con coraggio i silenzi o gli interventi minimali e subito trascurati legati al potenziamento delle aree sciabili, dal Comelico per arrivare a Cortina, al Catinaccio, alle Dolomiti di Brenta, alle Pale di San Martino, al Latemar. Quanto avvenuto a Cortina fra le Tofane e passo Falzarego e verso le 5 Torri in occasione dei mondiali di sci alpino, arrivati perfino all’uso dell’esplosivo sulle rocce, è scandaloso, come è scandaloso il silenzio tenuto sulla proposta dei tre collegamenti sciistici privati fra Cortina e Val Badia, Arabba e Monte Civetta o il potenziamento dell’area sciabile verso la Marmolada. Era auspicabile che anche in prossimità del patrimonio realmente tutelato si promuovesse una revisione totale delle aree sciabili arrivando a sostenere nel tempo immediato una opzione zero nel potenziamento di questa attività, limitando gli interventi solo a minime razionalizzazioni ed aggiornamenti anche tecnologici. Come del resto è scandaloso il silenzio tenuto dalla Fondazione sulla candidatura accettata della val Gardena di ospitare i campionati del mondo di sci alpino 2031. Da tempo l’associazionismo locale chiede che l’area del Sassolungo e Sassopiatto diventi parco naturale di profilo provinciale, mai un intervento di sostegno a questa proposta è giunto dalla Fondazione».





