Una boccata d’ossigeno. Piccola, ma che permette ad Acc di continuare a respirare. E a sperare che arrivino presto i soldi del governo. La storica fabbrica di compressori per frigoriferi non si arrende, neppure stavolta. A poche ore dal gong (c’erano soldi in cassa solamente fino al 2 giugno) i febbrili colloqui del commissario straordinario Maurizio Castro con clienti e fornitori hanno portato ad un risultato positivo. La linea di credito resterà aperta qualche giorno in più, fino alla metà del mese di giugno. Il tempo necessario perché il ministro per lo sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, firmi il decreto attuativo che renda immediatamente disponibili i 200milioni di euro per le aziende in crisi di liquidità previsti dall’articolo 37 del decreto sostegni.
E’ ciò che chiedono a gran voce i sindacati, che stamattina hanno presentato le novità ai lavoratori Acc: stanchi, provati ma ancora speranzosi in un lieto fine.
«La firma deve arrivare il più presto possibile. Il governo lo deve a tutte queste persone che da anni stanno mandando avanti l’Acc senza nessun aiuto esterno – sbottano i sindacati – non dimentichiamo che sono 22 mesi che i cinesi se ne sono andati. Da allora abbiamo sentito tante promesse, tanti progetti, ma di concreto, finora, nulla».
Il tempo è davvero scaduto, fanno sapere i rappresentanti di Fiom Cgil, Uilm e Cisl Fim. «Questa apertura di credito da parte di clienti e fornitori è l’ultima, non ce ne saranno altre. Ed è arrivata grazie alla rispettabilità che ha Acc sul mercato. I compressori che produciamo qui sono i migliori, a detta di tutti. E anche grazie alla Regione Veneto, che su nostra sollecitazione ha convocato le parti per un incontro con Castro. Ora però la palla è in mano al ministro Giorgetti e al governo. Devono dirci quale futuro hanno in mente per Acc e i quasi trecento lavoratori».
Del progetto Italcomp, che avrebbe dovuto dare vita al polo italiano del compressore, mettendo insieme il know how di Acc e dell’ex Embraco di Riva di Chieri, in Piemonte, non se ne sente più parlare.
«Chi l’aveva presentato come un piano concreto, dando speranze ai lavoratori – continuano i sindacati – se ne è andato, ed è chiaro che il progetto Italcomp non piace a Giorgetti, che vede come unica soluzione il metodo Corneliani, utilizzato per salvare la storica azienda mantovana del settore tessile. «Ma se non crede in Italcomp lo deve dire chiaramente, cosa che finora non ha fatto».
«Per noi – aggiunge Stefano Bona (Fiom Cgil) la soluzione Italcomp è quella giusta, sarebbe un caso pilota per il rilancio dell’industria italiana. Ma naturalmente per metterla in piedi servono tempi lunghi. Il decreto sostegni dovrebbe servire proprio a questo, dare il tempo di costruire la soluzione definitiva».
Intanto si continua a sperare. Ma i lavoratori sono allo stremo. «Alcuni – spiega Mauro Ferraro (Uilm) – mi hanno confidato che a marzo ed aprile hanno lavorato per 4,5 euro all’ora. Praticamente un salario da operaio cinese».
«Il tempo è scaduto davvero – continua Zulian – perché al momento produciamo a scartamento ridotto: 80, 90mila pezzi al mese. Molti clienti non ricevono le quantità richieste. E anche se al momento hanno capito la situazione non resteranno comprensivi a lungo».
E se la firma di Giorgetti non arriverà? «Allora non resterà altro da fare che chiedere la cassa integrazione straordinaria per tutti i dipendenti. Ma di certo noi lavoratori non ci arrendiamo. La mobilitazione continua».





