Le Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 si chiudono con la sensazione che qualcosa sia successo davvero. Non soltanto nello sport, ma nella coscienza collettiva. Perché questi Giochi hanno avuto il sapore delle grandi storie italiane: quelle fatte di talento, fatica e bellezza.
E i numeri, qualche volta, raccontano bene le storie. L’Italia saluta l’evento con 16 medaglie e con un quarto posto nel medagliere che rappresenta il miglior risultato fra i Paesi dell’Europa. Un bottino che parla di campioni, certo, ma anche di un sistema che cresce e che finalmente si prende lo spazio che merita.
Tra le piste delle Tofane, sotto il cielo delle Dolomiti, si sono viste imprese che resteranno negli occhi. Come quelle di Renè De Silvestro, l’uomo di casa, capace di regalare all’Italia un oro nello slalom gigante e un argento nella supercombinata davanti alla sua gente. Ma non è soltanto una questione di medaglie. È soprattutto una questione di sguardi, di pubblico, di emozione. Cortina, ancora una volta, ha dimostrato di saper parlare al mondo.
La notte in cui Cortina ha salutato i Giochi
Poi arriva la sera dell’ultimo atto. Il sipario scende allo Stadio Olimpico del Ghiaccio di Cortina, lo stesso costruito per le Olimpiadi del Giochi Olimpici Invernali del 1956. È pieno. Stracolmo. Quasi come se la città non volesse lasciare andare via questo momento.
Le luci si abbassano e l’impianto diventa un teatro di colori. Sessanta ballerini e otto atleti con disabilità entrano in scena con tute da sci che ricordano gli anni Sessanta: un omaggio al passato di Cortina, ma anche un modo per dire che il futuro nasce sempre da ciò che siamo stati.
Sul ghiaccio scorrono corde luminose che si intrecciano come fili di energia. Il messaggio è semplice e potente: l’unione trasforma la forza del singolo in forza collettiva.
Poi entra il Tricolore. Sei atleti lo portano al centro della scena, mentre agenti in uniforme storica lo issano lentamente. Quando parte l’Il Canto degli Italiani, la voce è quella di Arisa. Tutti cantano.
Arrivano le mascotte dei Giochi, Tina e Milo, e comincia la parata delle bandiere accompagnata dalla musica di Gabriele Capponi, deejay rimasto tetraplegico dopo un incidente e oggi artista capace di trasformare la sua storia in ritmo.
Sfilano le nazioni. Gli Stati Uniti passano tra gli ultimi perché ospiteranno i Giochi paralimpici del 2028. Subito dopo la Francia, che accoglierà quelli invernali del 2030. Poi entra l’Italia, guidata dallo snowboarder Emanuel Perathoner, doppio oro.
È il momento in cui tutto diventa un grande racconto visivo. La violoncellista Hristina Formisanoff mescola classico ed elettronica mentre sul palco prende forma una montagna luminosa. Non è solo una scenografia: è il simbolo di ciò che queste Paralimpiadi rappresentano. Trasformare l’ostacolo in trampolino. Trasformare il limite in orizzonte. E quando entra la ballerina Giorgia Greco, sopravvissuta a un osteosarcoma, che danza su una sola gamba, il significato diventa improvvisamente chiarissimo. Qui non si parla di mancanza. Qui si parla di possibilità.
L’eredità dei Giochi
Poi arriva il momento dei saluti. Gli alpini ammainano la bandiera paralimpica e la consegnano al presidente del Comitato Paralimpico Internazionale Andrew Parsons, che la affida alle regioni francesi che ospiteranno i prossimi Giochi.
Il presidente del comitato organizzatore Giovanni Malagò riassume tutto in una parola semplice: speranza. «Questi sono stati i Giochi della gente – dice – fatti per la gente. Lo sport può aiutare a costruire un futuro migliore». Parsons gli fa eco: «Grazie al popolo italiano. La vostra passione ha reso questi Giochi indimenticabili».
Il finale
Poi succede qualcosa di delicato. Al centro del palco appare una sfera luminosa: dentro quella luce entra una bambina, Sofia Tansella, che convive con l’atrofia muscolare spinale. Sembra un sogno. Lei si avvicina, tocca la sfera e soffia su una fiamma. I bracieri di Milano e Cortina si spengono. È il gesto più semplice della serata. Ed è anche il più potente.
Infine, quando partono le note dei Planet Funk, lo stadio esplode. Luci, musica, pubblico in piedi. Cortina ha fatto quello che sa fare da quasi settant’anni: accogliere il mondo e farlo sentire a casa.
Le luci si spengono lentamente. La neve resta. E mentre la notte scende sulle Dolomiti, una certezza rimane sospesa nell’aria: il sogno di Cortina non è stato solo organizzare i Giochi. Il sogno è stato dimostrare che lo sport può ancora raccontare il meglio di noi.
Photo credits: Fondazione Cortina





