Emanuele Pierobon è un illustratore (clicca qui per entrare nel suo sito). E ha collaborato con Antonio G. Bortoluzzi, autore di “Come si fanno le cose”. Per il romanzo, edito da Marsilio, Pierobon ha realizzato una serie di illustrazioni che verrano proiettate stasera (ore 20.30), quando a Soccher di Ponte nelle Alpi si terrà la presentazione del libro. Queste sono le sue parole…
Mi presento innanzitutto. Sono Emanuele Pierobon nato nel 1975 a Belluno, dove ho vissuto fino a 19 anni. Poi un po’ alla volta me ne sono andato sempre più lontano per finire col trasferirmi in Spagna. Ho ricevuto in gioventù una formazione artistica (mi sono diplomato in arti grafiche presso la Scuola d’Arte di Vittorio Veneto); poi all’università ho fatto tutt’altro, laureandomi in urbanistica. Ma è rimasta la passione per il disegno e l’illustrazione in particolare.
Un paio di mesi fa mio padre, settantottenne molto attivo e presidente dell’Ecomuseo dalle Dolomiti al Piave, mi ha informato dell’intenzione di allestire in estate una serata per la presentazione di “Come si fanno le cose” e mi ha detto che avrei potuto parteciparvi anch’io, esponendo qualche mio lavoro di pittura. Lì per lì ho respinto la proposta perché mi sembrava di intrufolarmi abusivamente in qualcosa che non mi riguardava. Poi mi sono reso conto che poteva essere un’ottima occasione per creare qualcosa di totalmente nuovo.
Ho scritto quindi a Bortoluzzi ed è iniziato tutto. Così come è iniziata, e ci tengo a sottolinearlo, una piacevole corrispondenza con Antonio via mail, Whatsapp e Facebook per presentargli le mie idee e scoprire con grande piacere che quello che la sua prosa mi suggeriva incontrava il suo consenso e incoraggiamento.
Devo confessarlo, non mi sono posto uno stile o linguaggio unico, per preferire una “navigazione a vista” affidata all’istinto. Il lavoro si è concentrato sull’illustrazione più in senso stretto, in cui certe descrizioni si traducono semplicemente in immagini, la “trasfigurazione”, dove il narrato è ricontestualizzato in modo libero per trovare un’immagine che evocasse quell’emozione che la narrazione faceva vibrare in me.
Sul risultato di tutto ciò lascio che sia il pubblico a esprimersi. Io posso solo dire di essermi divertito e di aver colto l’occasione per una nuova amicizia, che sento già preziosa. Perché le amicizie si intrecciano anche cercando di costruire insieme bellezza e senso, condividendo il gusto semplice per il “laóro fat pulìto”.
Poi, per uno come me lontano da vent’anni e quasi un forèsto, c’è in questa esperienza anche un modo molto piacevole di riconquistare un pezzetto dei luoghi che hanno segnato la mia infanzia e prima adolescenza.
L’incontro con la letteratura di Bortoluzzi ha contribuito a questo mio processo di “riconquista delle origini”. Ho apprezzato da subito in lui uno sguardo sulle cose, sulle “nostre cose”, che a me mancava: felicemente privo di intellettualismi e altrettanto libero dal compiacimento sul “piccolo mondo antico”, trovo che l’occhio letterario di Antonio si sia posato senza giudizi e senza pretese – ma con dolcezza e attenzione – proprio lì dove era ora di gettare uno sguardo.
E poi, Antonio è “pagòt” e per me l’Alpago ha da sempre una marcia in più: più giovane, più smaliziato, più sperimentale. Volto, anche geograficamente, a degli orizzonti aperti e comunque variegati e tolleranti.
Ora sono molto curioso di vedere come andrà questa serata ormai alle porte, e spero ci saranno in futuro altre occasioni per fare cose insieme, far dialogare le nostre sensibilità ognuno con il linguaggio che gli è più caro.





