scuola in quota

Nasce oggi una nuova rubrica. Parlerà di scuola e di vita tra i banchi e la cattedra. E in queste settimane di emergenza sanitaria e istituti chiusi (lo abbiamo intuito tutti: saranno settimane lunghe) racconterà l’esperienza di alcuni insegnanti impegnati nella didattica a distanza, “al fronte”. Non è la guerra, ci mancherebbe. Ma alcune dinamiche sono simili: lo stato maggiore a Roma parla pochissimo ed è distante; i colonnelli sul territorio provano a recepire le strategie per far sì che gli ordini arrivino fino all’ultimo anello della catena; alla fine il lavoro ricade sulle spalle dei “soldati semplici”, spesso mal equipaggiati e di sicuro non abituati a questo tipo di vita da trincea della didattica. Non vogliamo farne degli eroi: sarebbe un’opera di mistificazione che non rende merito al loro lavoro. Vogliamo però provare a raccontarli. O meglio, a lasciare che ci raccontino come sta andando.

 

«L’aspetto più positivo di tutta questa vicenda? Sicuramente l’aver ritrovato un rapporto di stretta collaborazione con le famiglie. La prima scuola è tornata a essere quella di mamma e papà». È il primo pensiero di Michela Dal Mas, giovane insegnante alle elementari di Limana (nell’ambito logico-matematico, quindi matematica-scienze-inglese). 

La sua visione è limpida: la scuola non era pronta a questo stop, a organizzare lezioni a distanza. Ma con la buona volontà degli insegnanti e la collaborazione delle famiglie (appunto), diventa tutto più semplice. «Non eravamo pronti - confessa Michela -. Abbiamo aderito a progetti di informatizzazione di base. Ma non abbiamo avuto subito una piattaforma in cui strutturare il lavoro. Adesso abbiamo optato per WeSchool, uno strumento adatto, semplice per le famiglie». Già, perché alle scuole elementari gli insegnanti hanno bisogno di rapportarsi prima con i genitori dei loro allievi, per mandare materiale didattico, compiti, schede. Non è come alle superiori… I gruppi whatsapp sono con le famiglie, «che si sono messe a disposizione. È una cosa bellissima, che prima non c’era. O meglio, non c’era una collaborazione così stretta». E poi, quando nella catena didattica compaiono anche i bambini, scatta la nostalgia. Da entrambe le parti. «Ci dicono “mi manchi maestra”, o “voglio vedere i miei compagni” - continua Michela -. Cominciamo a intuire che non si tornerà a scuola per quest’anno. Ci spaventa questo aspetto, ma dovremo superarlo. Al momento cerchiamo di arrangiarci con quello che abbiamo. Alcune famiglie non avevano neanche un vecchio pc fisso. Per fortuna siamo riusciti a darne tre, dismettendo quelli della nostra aula insegnanti».

Romanticismo e strumenti informatici a parte, la scuola a distanza funziona. La maestra Dal Mas è riuscita a portare avanti un progetto di scienze a cui i suoi alunni tenevano molto. «Come classe di terza avevamo aderito a un progetto dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile, proposto dal Miur. Il concorso prevedeva la costruzione di un razzo a bicarbonato e aceto. Abbiamo fatto un video e lo abbiamo mandato su una piattaforma, con software sovrapposti. I bambini a casa sono riusciti a creare con i genitori il loro razzo e così hanno raggiunto l’obiettivo. Sono riusciti a fare degli esperimenti bellissimi, che altrimenti - ne sono sicura - nessuno avrebbe mai fatto a casa». 

Anche gli insegnanti stanno facendo, da casa. «Sto costruendo dei video e dei cartelloni per inglese - spiega Michela -. Cerco di parlare in inglese, con un lessico adatto alla primaria. Adesso staremmo affrontando il corpo umano, le parti del viso e del corpo e ho preparato un cartellone apposito nel mio studiolo. Diciamo che ho fatto un “art attack”, e mi sono fatta riprendere dal mio fidanzato, per il video. Poi penderò una storia e la racconterò con il video davanti. Si lavora così».

Michela e le sue colleghe lavorano con WeSchool, una piattaforma gratuita. «Che può rimanere anche dopo l’emergenza, per alcune attività e alcuni passaggi - conclude la maestra Dal Mas -. WeSchool propone anche dei live, utilizzabili benissimo per le medie. Per la primaria invece è utile per proporre dei test. Anche se l’importante in questo momento non è tanto valutare il bambino, quanto esserci». 

 

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