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  • «Il rispetto, i valori, la fiducia: vi racconto “Bepi” Zanfron, mio padre»
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Una spalla e un punto di riferimento, una fonte di ispirazione e una memoria storica. Ma soprattutto un papà. Con la macchina fotografica regolarmente a tracolla. Questo era Giuseppe Zanfron, detto “Bepi”. 

Un papà che ha lasciato al figlio Luca, fotografo a sua volta, un’eredità di saperi. E di valori. Gli stessi che risplendono nel premio giornalistico intitolato alla sua memoria. E che stasera, a Longarone, vivrà l’atto finale con la proclamazione dei vincitori: «Mio padre - racconta Luca - era una persona che cercava il contatto con le persone. Ne aveva quasi bisogno». 

Non a caso, i suoi scatti parlavano. Comunicavano: «La passione per le immagini è nata progressivamente. E dopo aver studiato: piccoli corsi, scuole serali. Al termine del servizio militare, è arrivata pure la prima macchina fotografica: una Comet Bencini. A quel tempo era una professione per pochi. E lui l’ha creata su misura, come se fosse un vestito, in base al suo carattere». 

“Passione”: la chiave per aprire innumerevoli mondi. Come lo sport, che “Bepi” ha pure praticato: «Ci sono parecchie immagini che lo ritraggono in bici, con le borracce in alluminio. In una gara è riuscito a battere Aldo Moser, il fratello del grande Francesco. Ne andava fiero. Adorava svariate discipline, tutte di fatica: non a caso, ha introdotto me e mia sorella allo sci nordico. Era capace di puntare la sveglia sulle 5 del mattino, prendere due banane e partire verso Moena per seguire la Marcialonga». 

Da papà “Bepi”, il figlio ha imparato soprattutto una cosa: «Il rispetto. Per la professione, per se stessi, per tutto ciò che si fotografa. E rispetto, a volte, significa tenere la macchina abbassata e non scattare». I primi click, da bimbo: «Ero sempre un po’ timoroso, dietro mio padre. E lui continuava a ripetermi: “Vai avanti”. Ora molti mi dicono che sono come lui, come “Bepi”. Ed è il più bel complimento che possa ricevere». La fotografia è sempre stata un elemento di confronto: «E di crescita. Anche se, nella quotidianità, condividevamo molto altro: l’orto, le passeggiate in casera. Il tempo era poco, ma di qualità». 

In fondo, un uomo come Giuseppe Zanfron c’è. Anche ora. E ci sarà sempre. Grazie alle sue immagini scolpite nella storia: «Quelle a cui sono più legato - conclude Luca - riguardano il Vajont. Mio padre ha fotografato i vivi che piangevano i morti. E ha ritratto i morti affinché i vivi potessero piangerli». 

 

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