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  • Il professor Olivi: «La tutela della fauna? Un problema giuridico»
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La tutela della fauna? Non è solo un problema zoologico, biologico o etico. Servono strumenti legislativi e competenze giuridiche. E leggi che andrebbero probabilmente aggiornate. «O almeno interpretate in maniera più estesa», spiega Marco Olivi, professore associato di diritto amministrativo all’università di Venezia. 

Da sempre Olivi si interessa agli aspetti giuridici relativi alla tutela della fauna e delle sue implicazioni etiche. Tanto da essersi inventato il primo master universitario in Amministrazione e gestione della fauna selvatica, giunto al terzo anno.

Partiamo da qui, professore. Perché un master così?

«Semplicemente nel tempo ho osservato che in tutti i corsi, universitari o post laurea che si occupano di gestione della fauna sono incentrati sulle scienze zoologiche. È invece sempre più necessario avere anche delle solide basi giuridiche. Altrimenti molti atti o l’esercizio delle funzioni in materia, ad esempio, di caccia, rischiano di essere appropriati dal punto di vista biologico ma non reggono poi una volta impugnati da un tribunale».

Un tema ben rappresentato dal piano nazionale di gestione del lupo.

«Certo, il piano esiste, ma dal punto di vista giuridico non ha alcun valore».

Ci sono poi altri aspetti da tenere in considerazione, non meno importanti.

«Certo, non ci si può dimenticare degli aspetti economici ed etici. Pensiamo agli atti relativi al controllo della fauna, ai prelievi: investono aspetti etici non secondari, che ripercorrono secoli di storia del pensiero umano. Se ne sente la necessità oggi più che mai, con il ritorno ad una situazione di fauna selvatica, come numero e posizionamento nell’ambiente, che posso paragonare a 300-400 anni fa».

Ma il mondo non è più quello di 400 anni fa…

«No, e nemmeno il modo di amministrare: sempre meno autoritario, sempre più alla ricerca della condivisione. E’ sempre più necessario che le scelte politiche e amministrative siano condivise, non imposte. Ed è importante capire questo per capire che gli strumenti legislativi attuali devono essere diversi da quelli di un tempo».

Possiamo fare un esempio?

«Certo, un esempio recente. Fino agli anni ’60 la caccia era vista come un diritto del cacciatore. Poi, negli anni successivi, si è pian piano arrivati alla conclusione che l’interesse primario è la tutela della fauna. Il diritto del cacciatore è quindi oggi subordinato alla tutela della fauna. Poi è arrivata la legge 157 del ’92, che in pratica è un restyling della legge precedente. E porta con sé una visione ancora parziale: ovvero, in qualche modo la tutela della fauna è vista sempre all’interno del quadro dell’organizzazione della caccia. Mentre quando parliamo di fauna selvatica, dovremmo farlo indipendentemente dalla caccia».

Ecco, parliamo di leggi. La legge 157 è ancora attuale?

«Andrebbe probabilmente aggiornata, perché ha ancora un’impostazione tipica degli anni ’70, ovvero vede la tutela solo in modo conservativo, la fauna in rapporto al cacciatore. Ma come dicevamo, la situazione attuale è completamente diversa da 40 anni fa, quando vedere un cervo vicino alle case era un evento piuttosto raro. Oggi invece bisognerebbe parlare di tutela della fauna anche in relazione al mondo agricolo e dell’allevamento».

Quale è la strada giusta?

«Serve un approccio pianificatorio, non legiferare e regolamentare solo in ottica emergenziale. È una cosa che non sta in piedi nemmeno a livello giuridico. Perché quando arriva il primo lupo, il primo orso o il primo cinghiale possiamo adottare provvedimenti emergenziali. Ma ormai sappiamo che questi animali ci sono, bisogna imparare a gestire il nostro rapporto con loro. E l’unico modo è una seria pianificazione, che parta da un’analisi biologica per arrivare ad un quadro giuridico solido».

Spesso però il problema è anche di ordine amministrativo. Ovvero, non si sa chi deve fare cosa.

«In realtà io credo che il dialogo tra i vari livelli istituzionali esista. Il problema è che raramente si riesce ad arrivare ad una sintesi, come nel caso del piano nazionale di gestione del lupo, mai entrato in vigore perché non si è trovato l’accordo in sede di conferenza Stato – Regioni. Anche perché il dibattito tende ad essere sempre più radicalizzato, e questo non aiuta a trovare soluzioni condivise. E poi c’è un grande problema pratico: la mancanza di personale, dall’Ispra giù giù fino alle Province».

Visto che è sempre in voga l’autonomia, non diventa un problema il fatto che la tutela dell’ambiente è di competenza statale, mentre la gestione della fauna è di competenza regionale. Non sarebbe più semplice affidare tutto ad un unico soggetto?

«Questo è di certo un problema, anche se minimale rispetto alla mole di materie potenzialmente in conflitto e che la Corte costituzionale, piano piano, sta provando a risolvere. C’è poi il rischio di creare dei corto circuiti. Prendiamo, ad esempio, la legge di Trento e Bolzano che permette il controllo del lupo anche attraverso gli abbattimenti programmati. La Corte costituzionale ha dato loro ragione in virtù dell’autonomia speciale, ma anche perché Trento e Bolzano, per attuare questo controllo, prevedono il parere favorevole dell’organo tecnico nazionale, ovvero Ispra. Ma Ispra glielo darà mai questo parere favorevole? Io ho più di qualche dubbio, in mancanza di un piano di gestione nazionale, che non è mai entrato in vigore».

Quindi, parte tutto da lì: dall’assenza di un piano nazionale?

«Sicuramente questa mancanza crea grossi problemi. Non dimentichiamo che il piano è stato elaborato dai più grandi studiosi, partendo proprio dall’assunto che il lupo è una delle specie da tutelare al 100%, ma prevede anche il prelievo ai fini di controllo in quei casi in cui è utile e necessario. Anzi, l’abbattimento secondo le regole previene il fenomeno del bracconaggio».

 

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