Provincia

Sempre più lupi, sempre più danni. Sono otto i branchi accertati, ma molti di più i “grandi predatori” che scorazzano per la provincia. E Coldiretti non ci sta: «Servono garanzie di sicurezza per cittadini e allevamenti».

A far drizzare le antenne è l’ultimo episodio, quello dell’aggressione ai cani da guardiania. L’ultimo episodio di una lunga serie, che ha visto pecore e asini sbranati in Sinistra Piave.

«L’attacco ai cani maremmani rappresenta la punta dell’iceberg di una situazione fuori controllo, dove la resistenza di chi lavora e vive sul territorio è ormai al limite, considerato che in circolazione ci sono sempre più branchi di lupi che si aggirano indisturbati in aree rurali, fino al limite dei centri urbani - denuncia Coldiretti Belluno -. Il proliferare dei grandi predatori rappresenta un grave rischio non solo per l’incolumità delle persone, ma anche per le attività economiche, dall’agricoltura al turismo, alle prese con una difficile ripartenza dopo l’emergenza coronavirus. Negli ultimi anni si è reso necessario un continuo vigilare su greggi e mandrie, al fine di proteggerle dagli attacchi. Adesso però recinzioni e cani da pastore non sono più sufficienti».

Gli allevatori si leccano le ferite e contano i danni. Che non riguardano solo i capi uccisi dal lupo, ma anche gli “effetti collaterali”. «Agli animali uccisi si aggiungono i danni indotti dallo spavento e dallo stato di stress provocato dagli assalti, con ridotta produzione di latte e aborti nei capi sopravvissuti - spiega Alessandro De Rocco, presidente di Coldiretti Belluno -. Se anche gli animali da guardia diventano vittime significa che le misure di contenimento sono insufficienti. Gli allevatori bellunesi fin da subito hanno messo in campo tutti i sistemi di protezione: si sono dotati di reti, cani e hanno rinchiuso gli animali di notte, come peraltro ci è stato spiegato e richiesto. Purtroppo anche tutto questo tempo e tutto questo lavoro si stanno dimostrando insufficienti».

Tra gli allevatori sta montando la rabbia, mista allo sconforto. Ecco perché Coldiretti chiede azioni decisive e strategiche, «per non lasciar morire i pascoli e costringere alla fuga migliaia di famiglie che da generazioni popolano le montagne, ma anche i tanti giovani che faticosamente sono tornati per tutelare la biodiversità con il recupero delle storiche razze italiane. Serve dunque responsabilità nella difesa degli allevamenti, dei pastori e degli allevatori che con coraggio continuano a presidiare i territori e a garantire la bellezza del paesaggio, contro degrado, frane e alluvioni che minacciano anche le città». E per gli oltranzisti che chiedono agli allevatori di alzare le recinzioni, la porta è sempre aperta. «Reti e cani sono sistemi che abbiamo provato e si sono dimostrati spesso non efficaci. Agli animalisti chiediamo di darci una mano. Ma non il sabato e la domenica, tra una passeggiata e l’altra: i recinti vanno fatti anche con la pioggia e la neve, vanno spostati man mano che gli animali al pascolo si muovono. E poi vanno anche manutentati...». 

 

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