Confindustria sta con gli allevatori: «Serve un piano di gestione del lupo»

Bando ai pregiudizi e ai fondamentalismi ideologici. Il lupo non può essere un argomento “di pancia”. Da qualsiasi parte lo si guardi. È questa la posizione di Confindustria Belluno Dolomiti, che chiede un piano di gestione sostenibile. «Ne va del futuro stesso della montagna e della sua economia» dice Augusto Guerriero, vice presidente degli industriali.

La richiesta degli allevatori, appoggiata da Confindustria, si muove su due direzioni. Da una parte risarcimenti rapidi e adeguati per chi subisce predazioni. Dall’altra, un piano mirato di contenimento. «Nell’affrontare la questione servono realismo e attenzione nei confronti degli imprenditori che operano in montagna, soprattutto per gli allevatori e agricoltori che sono i veri custodi del territorio - rimarca Guerriero -. La presenza del lupo non deve e non può mettere in pericolo le attività dell’uomo: questo è un punto fondamentale, mentre assistiamo a un aumento significativo dei casi di aggressione. Già viviamo in un territorio difficile, già la zootecnia in montagna è più difficile che altrove, già stiamo attraversando un periodo nero causa Covid... non possiamo sopportare anche questo rischio, che rappresenta un serio danno economico. Pensiamo solo ai costi dei sistemi di prevenzione o a quelli per l’abbattimento, spesso di centinaia di euro a capo».

Da qui, la richiesta. Forte e chiara: «Bisogna intervenire con un programma di contenimento e piani di risarcimento, seri e veloci. Le istituzioni, da quelle provinciali a quelle europee, devono garantire la sicurezza delle imprese e del settore primario».

 

Il lupo arriva in Senato: «Il ministro venga a parlare con gli allevatori bellunesi»

«Il ministro Costa venga a Belluno e vada a parlare con gli allevatori». Scontato chiedersi il motivo della visita: il lupo. Un argomento che nei giorni scorsi è arrivato a Roma. A portarlo fin dentro l’aula di Palazzo Madama (il tema, non certo il grande predatore), Paolo Saviane, che si è fatto portavoce del grido d’allarme della zootecnia bellunese.

«La questione del lupo è di stringente attualità - ha detto il senatore della Lega -. Ed è di competenza del ministero dell’ambiente. Invito pertanto il ministro Costa e il suo collega Federico D’Incà a incontrare quanto prima gli allevatori e le persone che abitano le zone di montagna in modo tale da comprendere le loro difficoltà».

Saviane è andato oltre. E ha spiegato quali sono le difficoltà. Economiche e di sicurezza, innanzitutto. Ma legate a doppio filo anche allo spopolamento delle “terre alte”. «In tutta la provincia di Belluno è concreto il rischio che l’intera filiera agroalimentare si impoverisca perché la chiusura delle attività degli agricoltori - specialmente degli hobbisti - non è poi così remota. Per quanto riguarda la sicurezza, non sono mancati episodi di attacchi in zone antropizzate e vicine alle abitazioni».

 

Otto branchi di lupo e gli allevatori chiedono sicurezza: «La montagna muore»

Sempre più lupi, sempre più danni. Sono otto i branchi accertati, ma molti di più i “grandi predatori” che scorazzano per la provincia. E Coldiretti non ci sta: «Servono garanzie di sicurezza per cittadini e allevamenti».

A far drizzare le antenne è l’ultimo episodio, quello dell’aggressione ai cani da guardiania. L’ultimo episodio di una lunga serie, che ha visto pecore e asini sbranati in Sinistra Piave.

«L’attacco ai cani maremmani rappresenta la punta dell’iceberg di una situazione fuori controllo, dove la resistenza di chi lavora e vive sul territorio è ormai al limite, considerato che in circolazione ci sono sempre più branchi di lupi che si aggirano indisturbati in aree rurali, fino al limite dei centri urbani - denuncia Coldiretti Belluno -. Il proliferare dei grandi predatori rappresenta un grave rischio non solo per l’incolumità delle persone, ma anche per le attività economiche, dall’agricoltura al turismo, alle prese con una difficile ripartenza dopo l’emergenza coronavirus. Negli ultimi anni si è reso necessario un continuo vigilare su greggi e mandrie, al fine di proteggerle dagli attacchi. Adesso però recinzioni e cani da pastore non sono più sufficienti».

Gli allevatori si leccano le ferite e contano i danni. Che non riguardano solo i capi uccisi dal lupo, ma anche gli “effetti collaterali”. «Agli animali uccisi si aggiungono i danni indotti dallo spavento e dallo stato di stress provocato dagli assalti, con ridotta produzione di latte e aborti nei capi sopravvissuti - spiega Alessandro De Rocco, presidente di Coldiretti Belluno -. Se anche gli animali da guardia diventano vittime significa che le misure di contenimento sono insufficienti. Gli allevatori bellunesi fin da subito hanno messo in campo tutti i sistemi di protezione: si sono dotati di reti, cani e hanno rinchiuso gli animali di notte, come peraltro ci è stato spiegato e richiesto. Purtroppo anche tutto questo tempo e tutto questo lavoro si stanno dimostrando insufficienti».

Tra gli allevatori sta montando la rabbia, mista allo sconforto. Ecco perché Coldiretti chiede azioni decisive e strategiche, «per non lasciar morire i pascoli e costringere alla fuga migliaia di famiglie che da generazioni popolano le montagne, ma anche i tanti giovani che faticosamente sono tornati per tutelare la biodiversità con il recupero delle storiche razze italiane. Serve dunque responsabilità nella difesa degli allevamenti, dei pastori e degli allevatori che con coraggio continuano a presidiare i territori e a garantire la bellezza del paesaggio, contro degrado, frane e alluvioni che minacciano anche le città». E per gli oltranzisti che chiedono agli allevatori di alzare le recinzioni, la porta è sempre aperta. «Reti e cani sono sistemi che abbiamo provato e si sono dimostrati spesso non efficaci. Agli animalisti chiediamo di darci una mano. Ma non il sabato e la domenica, tra una passeggiata e l’altra: i recinti vanno fatti anche con la pioggia e la neve, vanno spostati man mano che gli animali al pascolo si muovono. E poi vanno anche manutentati...». 

 

Dissesti a ogni temporale: «È anche colpa della legge Delrio»

La montagna frana: è anche colpa della legge Delrio. Sempre lei, la famigerata riforma delle Province, che ha svuotato gli enti di soldi e competenze, lasciandoli in vita per farli morire di stenti. L’esempio? Gli ultimi dissesti idrogeologici. Frane e smottamenti che dopo Vaia sono diventati una costante del territorio, specialmente quello montano.

Subito dopo il nubifragio di Auronzo, la Provincia ha mandato una ventina di uomini di Protezione Civile a dare una mano. «Li ringraziamo perché sono sempre pronti - ha detto il consigliere provinciale Massimo Bortoluzzi, delegato proprio alla Protezione Civile -. Purtroppo ci sarà ancora bisogno della loro disponibilità, considerato che le previsioni promettono nuovi temporali».

Proprio così. Temporali e fragilità. Del territorio, ma anche della possibilità di intervento. «La fragilità del nostro territorio emerge ancora una volta in tutta la sua forza - continua Bortoluzzi -. Per fortuna abbiamo i soldi del demanio idrico, che la Regione ci trasferisce totalmente, per poter intervenire sui dissesti. Il problema è che con la legge Delrio e il depotenziamento delle Province, non abbiamo le risorse umane per poter gestire tutte queste problematiche che puntualmente si presentano a ogni episodio di maltempo».

 

Varianti in Cadore: concluso l’iter burocratico, ora i cantieri

Ora ci siamo: partiranno a breve i lavori leganti alle varianti in Cadore. 

A tale proposito, il deputato bellunese Roger De Menech ha incontrato il ministro per i Beni Culturali Dario Franceschini: «Il ministro - afferma il parlamentare del Partito democratico - ha controfirmato nei giorni scorsi i quattro decreti di Via (Valutazione dell’Impatto Ambientale) per le varianti di Tai di Cadore, Valle di Cadore, San Vito di Cadore e Cortina d’Ampezzo. La firma di Franceschini segue quella del ministro dell’Ambiente Costa e conclude il lungo iter burocratico di autorizzazione per le opere».

L’adeguamento, il potenziamento e la messa in sicurezza della viabilità provinciale sono un «tassello importante per i Mondiali di Sci del 2021 e per le Olimpiadi del 2026», ha ricordato De Menech. «Tra ferrovia, strade e banda larga, sulle infrastrutture, complessivamente, l’investimento del governo è di circa un miliardo di euro e i lavori restituiranno una rete moderna a servizio dei residenti e dei visitatori e collegamenti più rapidi con la pianura. Ora l’obiettivo è portare l’elettrificazione a Calalzo e trovare i finanziamenti per il prolungamento della ferrovia dal Cadore alla Val Pusteria». 

Insieme al ministro Franceschini, il deputato ha parlato anche degli eventi culturali e della rete museale bellunese. «Il paesaggio delle Dolomiti, abbinato al patrimonio storico e culturale devono essere valorizzati con eventi e iniziative per farne un motore di attrazione e sviluppo». 

Nel frattempo, De Menech è stato riconfermato alla vice presidenza della IV Commissione Difesa della Camera: «

 

Il Bard ci crede: «Si usi il Recovery Fund per fare il treno delle Dolomiti»

«Con il Recovery Fund si faccia il treno delle Dolomiti». Il Bard sale a bordo e rilancia il progetto della ferrovia, per agganciare il Bellunese al Centro Europa.

«Se anche un economista del calibro di Francesco Giavazzi evidenzia l'importanza di un'infrastruttura come il treno delle Dolomiti, riteniamo che sia fondamentale che tutti, dai livelli locali a quello nazionale, lavorino per inserirla tra le opere da realizzare con i fondi europei del Recovery Fund» spingono dal movimento autonomista. E battono il tasto dei vicini trentini, già in corsa.

«Trento ha già pronta una lista di proposte, tra le quali c'è anche il collegamento Feltre-Primolano - spiega il presidente Andrea Bona -. È fondamentale che questo impegno rimanga, ma è altrettanto indispensabile che la Provincia di Belluno e la Regione Veneto facciano altrettanto, chiedendo al Governo di inserire la “chiusura” dell'anello ferroviario nei progetti da finanziare».

L'obiettivo è quello di agganciarsi al Centro Europa. Quindi, serve una ferrovia vera e propria, con tutti i crismi. «Non vogliamo un trenino turistico: non parliamo di un'opera buona da rilanciare a ogni campagna elettorale, ma di un'infrastruttura sovraregionale con una importantissima valenza europea, rispettosa dell'ambiente e degli accordi internazionali - sottolinea Bona -. Agganciandoci a Primolano, a Trento a sud e a San Candido a nord, infatti, avremo la strada aperta verso Austria e Germania, motore economico dell'Europa. Chiediamo quindi alla Provincia, alla Regione, a tutti i nostri parlamentari e ai presidenti delle Province autonome di Trento e di Bolzano di attivarsi subito per inserire quest'opera tra quelle da realizzare con i fondi europei: le cifre sono importanti, ma fanno gola a molti, e non possiamo permetterci di perdere altro tempo per inutili schermaglie politiche. Questa sarà un'opera che può cambiare il destino del Bellunese, agganciandolo all'Europa che conta».

 

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