Il lago di Alleghe, la sua leggenda. E la punta del campanile sommerso

 

La leggenda narra che una frana, staccatasi dal Monte Piz nel 1771, diede vita al lago di Alleghe.

La stessa frana travolse la chiesa e fece crollare anche una parte del campanile. Per questo, si formò un’onda talmente grande da distruggere tutto il paese. E pure le campane furono completamente sommerse, fino a scomparire in fondo al lago.

Si racconta che ancora oggi, nelle giornate in cui l’acqua è più limpida, si possa vedere la punta del campanile sommerso.

Proprio il lago prende la sua forma dalle rocce e dal materiale franoso che si depositò all'epoca, in corrispondenza dell'abitato ora di Masarè. E l’acqua, non potendo defluire, diede vita a questo splendido specchio, che è meta di passeggiate di tanti turisti e non solo.

 

Le due versioni di una leggenda da tramandare: la nascita di Agordo

 

Agordo, immersa nelle nostre Dolomiti, vanta ben due leggende: ve le raccontiamo.

 

Si dice che Agordo fosse un bimbo che in tempi lontani abitasse la Conca, a quei tempi sommersa dalle acque di un grande lago.

Agordo amava pescare e, ogni giorno, andava sulle rive dello specchio d’acqua e se ne stava lì per ore.

Ogni tanto prendeva anche la barca.

Un giorno, però, il vento cominciò a soffiare forte e fece rovesciare la barca con cui Agordo e suo padre erano usciti per pescare.

Il padre a malapena riuscì a toccare la riva, mentre del piccolo Agordo e della sua barca non vi era traccia.

Il padre era disperato, tanto che il suo pianto fu udito da un cavaliere: San Martino.

Con un gesto fulmineo, il cavaliere estrasse la spada senza esitazione. E vibrò un colpo fortissimo sulle montagne che chiudevano la Conca agordina verso la parte sud. Divise così il monte Celo dai monti del Sole. A quel punto si formò un canale attraverso cui l'acqua defluì velocemente.

L'invaso rimase asciutto. E comparve Agordo, ancora vivo. Il padre lo abbracciò e ringraziò San Martino.

Da quel giorno l'invaso vuoto… divenne la nostra Agordo. 

 

L'altra versione?

Si narra che gli abitanti della Conca fossero talmente poveri da attirare l'attenzione di San Martino.

Avevano bisogno di terre da coltivare per il loro sostentamento, ma il lago occupava gran parte della zona. Fu per questo che San Martino tagliò le montagne per far defluire l’acqua. E prese forma Agordo.

Alla prossima leggenda! 

 

La leggenda di Cornia: dalla ricca e avida città alle masiere

 

Il nostro viaggio leggendario ci porta a Sospirolo, verso Gron.

Raccontiamo oggi la leggenda di Cornia: una storia che arriva da lontano.

Fin dall’antichità, Cornia era una città ricca. Talmente ricca che il sedere dei bambini veniva rinfrescato addirittura con il pane di frumento.

Un bel giorno arrivarono alla Pieve di Cornia due poveri viandanti che chiedevano la carità.

Ma gli abitanti erano così avidi che invitarono i due a lasciare quei luoghi.

Sapete chi erano questi poveretti? San Pietro e il Signore: «È possibile che in questa valle così ricca, nessuno ci aiuti?». 

Il Signore pensò che la troppa abbondanza di frumento e la conseguente ricchezza avesse reso il cuore degli abitanti troppo arido.

Decise quindi di andare in un campo e passò la mano sulle spighe rigogliose, piene di chicchi. Cominciò così a sgranare le piante. Pietro lo fermò: «Basta Signore, altrimenti non ne rimarrà per sfamare i bambini poveri e malati e per le ostie consacrate». La mano del Signore si fermò di colpo e lasciò alcune piante rigogliose.

Continuarono il loro cammino fino alla casa di una povera donna. Da fuori si sentivano i bambini piangere per la fame.

I due forestieri bussarono e chiesero la carità, ma la donna non aveva nulla da offrire.

Era talmente gentile e umile che il Signore le disse di andare a vedere nel suo forno. Con grande meraviglia la donna trovò una “pinza” ancora fumante.

Mangiarono felicemente insieme, i bimbi e i forestieri. Ma avevano sete e in casa non c’era nulla. Il Signore allora la mandò in cantina e trovò le botti vuote da tempo, piene di vino. La povera donna non vedeva tanta abbondanza da diversi anni, dopo che la morte del marito l'aveva fatta cadere in disgrazia.

A un certo punto il Signore le chiese di donargli suo figlio per continuare il cammino, raccomandandole di andare a letto presto quella notte e di non alzarsi per nessun motivo al mondo.

Le raccomandò poi di non affacciarsi alla finestra e di non guardare, qualsiasi cosa fosse accaduta.

La donna acconsentì e mandò il bimbo più grande, munito di un martelletto. Vide così i tre sparire lungo il sentiero che portava alla montagna. Arrivati in cima, il Signore disse al bambino di prendere proprio il martelletto e di sferrare un duro colpo alla roccia.

Si sentì un frastuono enorme in tutta la Pieve di Cornia e i massi cominciarono a scendere a valle.

La povera vedova dimenticò le parole del Signore, si affacciò alla finestra. E all'improvviso una scheggia le finì in un occhio: rimase cieca.

Il Signore, vedendo la scena, la rimproverò ma la perdonò: in fondo l'aveva ospitato, pur nella povertà. Passò quindi la sua mano sugli occhi della donna e riprese a vedere.

In seguito all'impetuosa caduta di massi, tutte le case vennero spazzate via, tranne quella della vedova che ancora oggi si può vedere.

Dopo due giorni, gli abitanti di Cornia a mani nude cercarono di scavare per ritrovare i tesori perduti. Ma nulla: l'avidità era stata punita.

Si racconta che alle masiere di Gron, sotto un enorme masso, ci sia un grande tesoro: nessun uomo finora è riuscito a spostarlo. Ci sarà un “Ercole”, da qualche parte, che riuscirà nell’impresa? Lo vedremo...

Alla prossima leggenda!

 

Il drago del Monte Pape, le sue fiammate e il fenomeno dell'Enrosadira

 

Oggi la leggenda ci porta a conoscere il drago del Monte Pape. La conoscete?

 

La storia comincia nella notte dei tempi.

Ci troviamo nella Valle del Bios in Agordino. E su questo monte, una delle vette delle Pale di San Martino, tra Cencenighe e Taibon, viveva un drago solitario. Isolato dal mondo, era in pace e serenità.

Ma aveva un'abitudine assai strana: ogni mattina, al suo risveglio, amava lanciare fiammate dalla sua grande bocca per scaldare l’atmosfera.

Questo creava nell'aria riflessi infuocati tipici dell’Enrosadira nelle Dolomiti: il fenomeno secondo cui le montagne assumono una colorazione accesa e magica.

Una volta portato a termine questo rito, spiccava il volo verso l’alta Valle del Bios, dove amava fare il bagno nel Lach dei Negher, tra le cime del gruppo della Marmolada.

Se ne stava in panciolle, beato, tutto il giorno.

Al tramonto poi il drago scompariva nelle acque di quello splendido lago, per rifare capolino all'alba seguente sul Monte Pape con le sue fiammate mattutine.

In tutta la valle si aspettava questo incredibile momento, E tutt’oggi lo attendiamo: è un miracolo semplicemente unico e incredibile.

Alla prossima!

 

Il gigante e la bambina... capricciosa: la leggenda di Sorapis e Misurina

 

Oggi la curiosità ci porta a scoprire una delle leggende forse più amate.

In un’epoca non ben specificata, viveva fra i monti delle Dolomiti, sul Sorapis, un gigante. Buono di indole, la vita lo aveva messo a dura prova: era rimasto vedovo nel suo regno. E solo con una bambina piuttosto capricciosa: Misurina.

Il padre cercava di essere accondiscendente, anche se Misurina ne combinava di tutti i colori. Faceva dispetti a tutti coloro che frequentavano il regno.

Infastiditi non poco, invitavano il povero padre a dare delle regole alla piccola peste. Lui però la giustificava sempre.

Un giorno Misurina venne a conoscenza, che la fata del monte Cristallo possedeva uno specchio che amava chiamare “Tuttosò”. Questo specchio era magico: leggeva il pensiero delle persone.

Misurina fece così tanti capricci, che il padre, per sfinimento, andò dalla fata per comprare lo specchio.

Il gigante camminò a lungo e, una volta giunto davanti alla fata, si rese conto che il prezzo da pagare per lo specchio “Tuttosò” era davvero alto. Non un prezzo in denaro, ma in termini di sacrificio. Lo specchio sarebbe diventato di Misurina se il padre si fosse trasformato in una montagna.

E un motivo c'era.

La fata aveva uno splendido giardino, pieno di fiori di ogni specie. Ma il sole caldo dell'estate li faceva appassire: l'ombra del monte Sorapis li avrebbe sicuramente salvati.

Al padre venne un nodo in gola: sperava che la sua Misurina rinunciasse a questo capriccio. E invece la figlia esclamò: «Ohhhhhh, che bello! Papà, diventerai una montagna! Quante capriole potrei fare lungo i tuoi pendii e riposarmi all'ombra dei tuoi alberi». 

Sorapis si stava già trasformando in qualcosa di enorme: si gonfiava prepotentemente.

I suoi capelli stavano diventando alberi. Le rughe del volto? Crepacci e burroni.

Finalmente Misurina distolse un attimo lo sguardo: davanti a se non vide più il padre, ma un'enorme montagna.

Sorapis, con gli occhi ancora aperti, pianse. Pianse talmente tanto da formare con le sue lacrime un lago bellissimo. 

A quel punto, la bambina inciampò tra le rocce del Sorapis, lo specchiò cadde e si frantumò in mille pezzi creando meravigliosi riflessi colorati nelle acque di questo lago.

Si dice che ancora oggi nelle notti di luna piena, il viso di Sorapis si specchia nelle acque del lago.

 

Il principe, la sua amata, gli gnomi. E la leggenda dei monti Pallidi

 

Tanto tempo fa, il regno delle Dolomiti fu investito da un incantesimo. Ovunque c’erano boschi rigogliosi, prati e fiori. E profumo di felicità.

Solo in un posto la felicità non c’era. Ed era nel castello del regno.

A quel tempo, il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino aveva condannato i due innamorati a vivere lontani.

Il principe non poteva stare con lei perché non sopportava il bagliore dell’amata: bagliore che lo avrebbe reso cieco.

E lei, invece, sfuggiva la vista delle montagne che circondavano il regno perché la rendevano cupa. A tal punto da ammalarsi gravemente.

Ormai il principe era sprofondato nella tristezza più nera e vagava disperato tra le radure. 

Nel suo cammino solitario, però, successe l’inatteso.

Il principe si imbatté nel re dei Salvani: un piccolo gnomo che cercava la terra per il suo popolo.

Lo gnomo, intenerito, ascoltò la storia del povero uomo senza la sua amata.

Propose allora al principe di poter abitare le terre di sua proprietà: in cambio gli gnomi avrebbero reso lucenti i monti del suo regno.

Il principe accettò l’accordo nella speranza di potersi ricongiungere alla sua amata.

A quel punto gli gnomi non persero tempo: tessero per un'intera notte la luce della luna e coprirono tutte le montagne.

La principessa potè così tornare dal suo sposo. E da allora le Dolomiti presero il nome di monti Pallidi.

 

niq multimedia s.r.l.s.

Via degli Agricoltori, 11
32100 BELLUNO

Codice Fiscale e Partita IVA: 01233140258

Testata registrata al Tribunale di Belluno n.4/2019