Coltivazione e tradizione: i campi d’oro illuminano il Bellunese

 

L’estate colora le nostre valli e le nostre montagne di albe e tramonti mozzafiato.

Ma anche di cieli azzurri e panorami incantevoli. E porta con sé il colore dell’oro, tipico delle spighe di frumento e orzo, accarezzate dal vento. 

Un tempo quasi estinta, la coltivazione è ripresa ormai da anni in provincia: dal Comelico al Feltrino, fino all'Agordino.

L’orzo veniva coltivato già nel 1800 nei nostri territori. E la tradizione narra che la semina avvenisse tra aprile e maggio, mentre il raccolto a metà estate. O fine luglio, se la stagione era particolarmente calda e asciutta.

Cosa si utilizzava? Sesola o il faldin (falce) e mani avvezze al lavoro nei campi.

Dopo lo sfalcio, le piante venivano raccolte in fasci detti anche “manei” e lasciati sul campo per la prima essiccazione.

Poi venivano portati sui “pioi” di legno (i nostri balconi) ed esposti al sole, così da eliminare tutta l’umidità.

La trebbiatura o battitura, compito che oggi spetta alla macchina, un tempo avveniva solo a mano. E la decorticazione, esclusivamente a pietra.

Anche se le macchine come le trebbie hanno sostituito le tecniche manuali, nel Bellunese non mancano le rievocazioni di questi antichi mestieri.

Ma sopratutto, nei nostri campi, è tornato a splendere e ondeggiare l’oro, che nella tradizione è simbolo di vita e prosperità. 

Alla prossima curiosità!

 

Periodo di temporali, fulmini e grandine: «L'è fora so mare de San Piero»

La leggenda vuole che la mamma di San Pietro non fosse una donna gentile. Tutt’altro. Avara, astiosa, iraconda. Tant’è vero che dopo la morte non le valse a nulla aver dato alla luce il successore di Cristo: fu spedita immediatamente all’Inferno. Il santo tentò i tutti i modi di salvarla. Supplicò il Padreterno di chiudere un occhio. E alla fine, un po’ per l’insistenza un po’ per la sua posizione di custode del Paradiso, riuscì a convincerlo.

Venne calata dal cielo una corda, fino agli inferi, in modo da recuperare la mamma di San Pietro. La donna si aggrappò e cominciò a salire. Ma nell’ascesa, si faceva scherno delle altre anime e le insultava. Allora i dannati le saltarono addosso. La corda non resse il peso e si spezzò. E la mamma di San Pietro fu condannata a restare per sempre all’Inferno. Tranne due settimane l’anno, quando la donna esce e ne combina di tutti i colori. Quelle due settimane cadono una prima e una dopo la festa di San Pietro (29 giugno). Guarda caso periodo di forti temporali e grandinate. E nella tradizione veneta e bellunese è proprio “so mare de San Piero” la responsabile delle tempeste. A provocare tuoni, fulmini e grandine sarebbe l’invidia nei confronti del “paradiso” dei campi, verdeggianti e ricchi di frutti a fine giugno. Ed è per questo che i contadini, un tempo, temevano particolarmente il meteo di questo periodo, perché «l’è fora so mare de San Piero». Come soluzione, al primo avvicinarsi di nubi nere e brontolii del cielo, accendevano in casa una candela; quella benedetta il 2 febbraio, giorno della Candelora.

 

Dalla sedia per riposare al Trono del Padreterno: la leggenda del Pelmo

 

In questo clima di passaggio, un po’ sospeso, abbiamo forse bisogno di ritrovare la libertà.

Di respirare e vivere il nostro territorio.

Una camminata all’aria aperta, con il giusto distanziamento, ci porta virtualmente oggi a conoscere la leggenda del monte Pelmo.

 

Un giorno il Padreterno era intento a creare e plasmare le cime delle Dolomiti.

Lavoro certosino e magnifico allo stesso tempo.

Lui stesso rimaneva colpito da tanta bellezza.

Arrivato a sera, stanco e affaticato, il Signore voleva riposarsi, ma non trovava nemmeno una cima arrotondata per potersi sedere. 

Una sedia? Men che meno. 

Tra le mani, però, gli era rimasta un po’ di dolomia da plasmare.

Ebbe quindi l’idea di creare un’altra montagna e la fece in modo che somigliasse a un grande scranno. 

Ecco che dalle sue mani nacque proprio il monte Pelmo, alto ben 3.168 metri.

È maestoso il signor Pelmo: il “Caregon (trono) del Padreterno”.

A tarda sera, stanco ma soddisfatto, il Signore potè finalmente sedersi e riposare.

Arrivarono la notte e la luna piena a cullarlo: in fondo le aveva create lui. Ed erano perfette.

Al mattino, al suo risveglio, il Signore aveva lasciato da parte ancora un pugno di dolomia per fare la punta.

Ma, guardando quella maestosa opera d’arte, poteva andare bene così...

 

CURIOSITÀ

Il Pelmo si trova a est del passo Staulanza, separando la val di Zoldo e la val Fiorentina dalla valle del Biote.

Per le passeggiate meno impegnative può esserci il rifugio Venezia (da Zoppè di Cadore), oltre al rifugio città di Fiume (dal passo Staulanza). Senza dimenticare malga Fiorentina, che si trova lungo il sentiero che porta al rifugio città di Fiume.

Non ultimo, il rifugio Aquileia in val Fiorentina.

Buone passeggiate!

 

 

La ninfa, l’amore e una palla di fuoco: è la leggenda del girasole

 

Leggendari… eccoci!

È arrivato luglio e possiamo ammirare la bellezza di un fiore dal grande fascino: il girasole.

Molti si chiederanno perché si chiami così...

La leggenda narra di Clizia, una giovane ninfa perdutamente innamorata del sole: lo seguiva tutto il giorno, anche nei giorni caldi.

Il sole, da subito, fu lusingato e forse un pochino intenerito da quella devozione che Clizia mostrava nei suoi confronti. 

Ma ben presto il sole si stancò, preso come era a guidare il carro di fuoco per la volta celeste.

Diede così il benservito alla povera ninfa, con la scusa che per lui luglio era un mese impegnativo: un mese in cui doveva splendere in maniera particolare. 

Clizia pianse ininterrottamente per nove giorni.

Immobile, in mezzo a un campo, osservava il suo amore attraversare il cielo dall’alba al tramonto.

Piano piano il suo corpo si irrigidì. E si trasformò in uno stelo sottile, ma resistente.

I suoi piedi affondarono nella terra, diventando radici, mentre i capelli diventarono una corolla gialla, color dell'oro: era un bellissimo girasole.

Tutt’oggi il girasole continua a essere innamorato del sole, tanto da seguirlo con la sua corolla dall'alba al tramonto.

 

Un veliero nella notte di San Pietro: stasera la tradizione della barchetta

Un veliero in un vaso. Stanotte si può. È la tradizione della “barchetta de san Piero”, un piccolo rito che affonda le radici nelle usanze rurali e religiose d’altri tempi. E che ancora oggi affascina grandi e piccoli.

Bisogna prendere un vaso di vetro e riempirlo d’acqua, proprio la sera del 28 giugno (oggi, quindi). Posarlo sul prato, in terrazzo o sul davanzale, in un luogo esposto alla rugiada; e poi versare all’interno un albume d’uovo. Sarà proprio questo a prendere la forma di un veliero. Il fenomeno è causato dalle differenze di temperatura che permettono all’albume di rapprendersi formando la trama di alberi e vele. In più, il bianco dell’uovo ha una densità maggiore dell’acqua e tende ad affondare. La tradizione però attribuisce la “magia” al santo. E non è difficile immaginare il perché: San Pietro era un pescatore.

L’usanza pare risalire al culto del santo diffusosi con i monaci benedettini. Ma in Veneto e nel Bellunese la tradizione è legata agli antichi riti agrari. E il veliero è sempre stato oggetto di interpretazione contadina. Le vele aperte significano sole e bel tempo, condizioni buone per il raccolto a fine stagione. Le vele chiuse, al contrario, simboleggiano la pioggia e quindi cattive notizie per i campi.

Già, la pioggia. Che a fine giugno significa temporali. Ci sarebbe anche un’altra tradizione legata a San Pietro e al carattere fumantino della madre. Ma questa è un’altra storia...

 

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