Cuori in legno per la scuola: “Sedico d’altri tempi” nel segno della generosità

 

Il legno ha vita. Palpita. Ha un cuore. 

Anzi, è un cuore. 

Soprattutto quello nato dall’idea di Paride Basichetto. Il quale, oltre a essere un appassionato di Storia, e di storie, ha creato la pagina Facebook legata al gruppo “Sedico d’altri tempi”: uno spazio web in cui vengono pubblicate immagini d’epoca e, in generale, vecchie foto custodite nei cassetti dei nonni. Le stesse che meritano di essere portate alla luce. 

Ed è proprio il logo del gruppo ad accompagnare una serie di cuori in legno realizzati a mano. 

Cuori che potranno essere acquistati attraverso un’offerta libera, mentre il ricavato sarà interamente devoluto alla scuola elementare di Sedico. 

A questo proposito, le risorse raccolte verranno custodite all’interno di una scatola, la cui apertura avverrà a ridosso del Natale, in diretta sulla pagina Facebook “Sedico d’altri tempi”. 

Il materiale è stato donato dalla Segheria Zanvettor. E l’iniziativa va in una direzione ben precisa: «Il cuore, soprattutto in momenti come questi, non deve rimanere arido». 

 

Pier Paolo Pasolini, il legame con Belluno. E la pancia della mamma

 

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922: papà tenente di fanteria e mamma maestra elementare.

Proprio a causa del lavoro del padre, è costretto spesso a cambiare città. E passa la sua esistenza tra Bologna e Casarsa, in Friuli.

Ma c’è pure Belluno: il luogo che vede la nascita del fratello Guido nel 1925.

Pasolini all'epoca aveva tre anni e, in un'intervista che rilascia a Dacia Maraini, collegava Belluno all'immagine della pancia della mamma. 

La vita ai piedi delle Dolomiti ha pensieri sfumati, tipici di un bambino di tre anni.

Gli torna alla mente un cortile e tanti bimbi, non dice il quartiere, ma ricorda benissimo il tentativo non riuscito di frequentare l'asilo dalle suore.

All'epoca era nato il fratellino e l’asilo rappresentava forse l'unica soluzione per socializzare in una città nuova per tutta la famiglia. Tentativo fallito: sembra che Pier Paolo, dopo aver varcato la porta, ne uscì poco dopo senza farvi ritorno.

Poeta, scrittore, regista, drammaturgo, giornalista: un'anima dalle mille sfaccettature. 

Sempre nell’intervista, di Belluno ricorda che andò in piazza, un giorno, con l'adorata madre di estrazione antifascista. Arrivò il Re e tutti gridarono: «Viva il Re!». Quel Viva il Re gli rimarrà impresso.

Nella sua memoria emerge poi un medico che lo visita per un bruciore agli occhi. E il collirio che solo il padre riusciva a mettere, sotto le sue urla recalcitranti.

Carattere fatto di mille luci e molte ombre. Una vita di travagli interiori, ma anche di tante soddisfazioni personali: l'amore viscerale per la madre, la perdita del fratello in guerra. E una ferita che non si rimarginerà mai.

Pasolini, un uomo a tratti scomodo per le sue ideologie, ma un genio.

Ha vissuto anche a Belluno e ne siamo fieri.

 

I ricci, un dono divino, il Pan dei Poveri: tutte le sfumature della castagna

 

Tempo di raccolta, tempo di castagne.

Tempo di mangiarle davanti al fuoco.

Da sempre il castagno viene coltivato nella zona del Feltrino.

Quello selvatico cresce naturalmente in questi boschi, ma l'uomo ha “addomesticato” la pianta con innesti che si sono trasformati nel tempo in maestosi “Moroner” (moroni, più grandi delle castagne).

Nel Novecento la coltivazione era molto diffusa.

Poi però l'abbandono del territorio rischiava di intaccare pesantemente la coltura di questa meravigliosa pianta: nacque quindi nel 1996 il Consorzio di tutela “Morone” e Castagno Feltrino.

Un centinaio di soci curano i castagneti attraverso la pulizia dei boschi, la potatura delle piante. E sono stati recuperati castagni secolari: altri ne sono stati piantati e innestati. A centinaia.

Oltre al frutto sta prendendo piede l'uso della farina di castagna.

Fin qui la storia: ma poteva mancare la leggenda della castagna?

Eccola...

Si racconta che all'inizio la castagna non avesse il riccio.

Sì, proprio così: era appesa ai rami come un qualsiasi frutto.

Ma un giorno tre castagne decisero di andare dall'albero più vecchio e saggio: non volevano più soffrire il caldo, né il freddo e tantomeno bagnarsi sotto la pioggia.

Il vecchio albero chiamò a raccolta i ricci del bosco e chiese loro di tenerle per qualche notte al calduccio, avvolte dalle loro zampe appoggiate sulla pancia.

Iniziarono così e oggi pare non si siano più lasciati.

Un'altra leggenda racconta che in un paese di montagna, gli abitanti, non avendo più nulla da mangiare, si rivolsero a Dio.

Lo pregarono di dar loro qualcosa per non morire di fame.

E Dio donò loro un castagno.

Ma i ricci non si aprivano e quindi gli abitanti di quel paesino si rivolsero ancora a Lui, pregandolo insistentemente.

Il Signore apparve davanti al castagno, fece il segno della croce e, come d’incanto, i gusci spinosi si aprirono facendo cadere le castagne.

Da allora ogni anno i frutti del castagno si aprono a croce e cadono pronti per essere raccolti e cucinati.

 

CURIOSITÀ 

Sembra che la castagna prenda il nome da un'antica città della Tessaglia, regione settentrionale della Grecia. 

Fu importata dai Romani in Italia. Sana e nutriente, è stata un alimento essenziale per il popolo, tanto da guadagnarsi l'appellativo di “Pan dei Poveri”.

Un'altra curiosità?

Per evitare raffreddori e influenze stagionali, raccomandiamo di tenere in tasca una castagna “matta”: non quella del castagno o “Moroner”, ma quella dell'ippocastano: pare abbia proprietà benefiche. Provare per credere.

Alla prossima!

 

Dodici chilometri di cunicoli e stanze sotto la Marmolada: era la città di ghiaccio

Per quasi un anno ha ospitato e protetto circa 200 uomini. Dormitori, sale mensa, uffici, magazzini per le munizioni, cappella, infermerie, cucine… tutto scavato nel ghiaccio e sotto metri e metri di neve perenne. Oggi non resta quasi niente. Ma un secolo fa era la “città di ghiaccio”, una delle meraviglie della Prima guerra mondiale. Dodici chilometri di cunicoli incisi nel ventre del ghiacciaio della Marmolada, invisibili dalla superficie. In pratica, un fortino inattaccabile, e con una temperatura qui “gradevole”: mentre fuori si toccavano i -30°C, i soldati austriaci se ne stavano sotto il ghiaccio tra 0 e 5°C.

Sono stati gli austrungarici a costruire la “città di ghiaccio”. Il periodo è quello in cui le Dolomiti erano il teatro principale della Grande guerra, insieme alla linea dell’Isonzo. Prima di Caporetto, si sparava parecchio tra le vette rosa. E per evitare il fuoco nemico, ecco l’idea. La partorì il tenente e ingegnere austriaco Leo Handl.

Gli storici dicono che l’ufficiale asburgico cadde in un crepaccio. E da lì capì di poter usare il ghiacciaio come uno scudo. Era il maggio 1916 quando iniziò la progettazione e la costruzione dei primi cunicoli, anche a 50-60 metri di profondità nelle viscere del ghiacciaio. Attorno ai corridoi si svilupparono piccole stanze adoperate come mensa, dormitori, depositi. Un dedalo in cui si muovevano soldati e ufficiali. Di fatto, una caserma invisibile al nemico. Caverne scavate a fatica, ma lontane dal fuoco delle truppe italiane. E realizzate in appena dieci mesi (gli austriaci erano formidabili, in questo. La prova? La strada del passo San Boldo, costruita in cento giorni).

La “città di ghiaccio” restò operativa fino all’autunno 1917. Dopo Caporetto infatti la Marmolada cessò di essere territorio conteso: la linea di confine si era spostata da un’altra parte. Senza manutenzione, il ghiaccio si riprese i suoi spazi. E oggi non resta praticamente niente della caserma scavata nel ghiacciaio. Lo scioglimento delle nevi perenni però restituisce gli oggetti che i soldati avevano portato sotto la coltre gelata. Tavoli, armi, suppellettili militari… tutto visibile grazie al Museo della Grande guerra, il più alto d’Europa.

 

 

A Belluno si mangiavano perfino i topi: era l'an de la fam

 

103 anni fa cominciava l’an de la fam. A Belluno perfino i topi diventavano un alimento per provare a sopravvivere. Lo testimoniano diverse foto dell’epoca. Foto di guerra e di dominazione straniera. C’erano i “striaci”, gli occupanti austrungarici che in realtà erano soprattutto sloveni, bosniaci, ungheresi, tedeschi... Arrivati in provincia di Belluno con una rincorsa poderosa. A guardarla dall’altro lato, però, fu una fuga precipitosa: la disfatta di Caporetto.

Tutto comincia sul fronte dell’Isonzo, oltre 150 chilometri a est di Belluno. Trincee e linee di confine che si spostano di pochi metri, qualche centinaio al massimo. L’impero austrungarico è in crisi e chiede aiuto al “fratello” forte, il Kaiser Guglielmo. La Germania invia truppe fresche e lo scenario di guerra cambia. A tal punto che la dodicesima battaglia dell’Isonzo passerà agli annali come la disfatta più atroce della storia bellica italiana. 

È la notte del 24 ottobre 1917 quando tedeschi e austriaci sferrano l’attacco, preceduto da qualche ora di fuoco d’artiglieria. Le truppe di Cadorna non reggono l’assalto e comincia una fuga disperata. Molti si strappano di dosso la divisa e corrono per chilometri, su terreni accidentati. Dopo mesi di trincea e viveri ridotti, non manca chi si dà alle razzie. Nel frattempo gli austriaci avanzano, anche grazie alla brillantezza di un giovane Erwin Rommel (sì, proprio la futura “volpe del deserto”). La linea di confine si sposta nel giro di pochi giorni di quasi 150 chilometri per assestarsi tra Piave e Monte Grappa. E il Bellunese viene occupato. Chi può scappa: secondo le stime degli storici, sono oltre 30mila i bellunesi che fuggono, verso la Lombardia, la Toscana, l’Emilia... Nobili e ricchi non vogliono restare ed essere sottomessi.

Soldati austriaci seduti davanti al Caffè Manin (che all'epoca aveva assunto personale di lingua tedesca per diventare meta esclusiva degli ufficiali austroungarici). È ben visibile la tettoia in ferro stile liberty, ora scomparsa dalla piazza e finita ad abbellire la vecchia Villa Clizia a Mussoi (foto dell'archivio storico del Comune di Belluno).

 

È il 10 novembre quando a Belluno fanno il loro ingresso le truppe austrungariche e tedesche. Spoliazioni e angherie, saccheggi e violenze: comincia l’anno della fame, fino alla fine della guerra. I documenti dell’epoca parlano di razionamenti sistematici dei generi alimentari. E una comunicazione del sindaco dell’epoca Pietro Mandruzzato riferisce che al 18 maggio 1918 in città erano completamente esauriti frumento, fagioli, farina gialla e formaggio. Rimanevano solo 20 chili di farina (in tutto il Comune di Belluno), 10 di riso e 90 di conserva. Ecco perché tornavano buoni anche i topi...

 

La grande musica a Belluno: arriva il Quartetto di Venezia

 

Prosegue, nel segno della musica, la stagione 2020 del Circolo Culturale Bellunese. E, in particolare, nel segno del Quartetto di Venezia, ospite questa sera (venerdì 23 ottobre) alle 20.30 nella sala teatro Giovanni XXIII. 

In programma, il Quartetto per archi in si bemolle maggiore “La caccia” K. 458, di Wolfgang Amadeus Mozart, la Serenata Italiana in sol maggiore, di Hugo Wolf, e il Quartetto per archi in la minore op. 51 n. 2, di Johannes Brahms. 

Per garantire tutte le misure anti-Covid, è bene ricordare che la prenotazione è obbligatoria, presso l'Agenzia Alpe Bellunese, telefono Tel. 0437 940407, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Si ricorda anche l'utilizzo della mascherina. Informazioni e note di sala su www.belcircolo.org.

I protagonisti? Sono Andrea Vio, violino; Alberto Battiston, violino; Mario Paladin, viola e Angelo Zanin, violoncello. Il loro repertorio è estremamente ricco e include anche opere raramente eseguite come i quartetti di G.F. Malipiero (“Premio della Critica Italiana” quale migliore incisione cameristica). Vasta è anche la produzione discografica, senza considerare la nomination ai Grammy Award per il cd Navona “Ritornello” con musiche di Curt Cacioppo. 

 

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