Strade ghiacciate: la Regione dichiara lo stato di attenzione

 

Atmosfera natalizia, senza particolari disagi. La nevicata di oggi ha imbiancato tutta la provincia e non ha creato nessun tipo di intoppo alla circolazione. Ben diverso potrebbe essere il discorso nelle prossime ore. Soprattutto nella prima parte della mattinata di domani. Perché le temperature sono in picchiata e le strade rischiano di trasformarsi in piste da curling.

IL NIVOMETRO

Il rapido passaggio del generale inverno, seguito dal suo codazzo di fiocchi bianchi, era stato annunciato. E l’Arpav raramente si sbaglia. Una decina di centimetri di neve fresca, dicevano i meteorologi. Una decina di centimetri è stata. Una dozzina tra Belluno e il Nevegal; stesso quantitativo anche a Feltre. Un po’ meno sulle Dolomiti e nelle zone in quota. 

DISAGI LIMITATI

Qualche rallentamento al traffico c’è stato. Soprattutto in città, con un camion intraversato alle porte di Belluno, e sulle direttrici da Ponte nelle Alpi verso Belluno. Disagi lungo la Provinciale 1 della Sinistra Piave, all’altezza di Limana, dove si è verificato un tamponamento; e anche in Destra Piave da Sedico a Feltre (a Santa Giustina, davanti a Bardin, due auto si sono toccate). Ad Auronzo una vettura ha centrato un palo: l’autista è stato trasportato a Pieve di Cadore, ma senza particolari traumi. Tutto nella norma, insomma. Nonostante il florilegio sul web di post tra l’ironico e l’arrabbiato, per strade non spazzate e per un uso a dir poco parsimonioso del sale.

GELICIDIO

Qualche disagio in più potrebbe materializzarsi nella notte e nelle prime ore di domattina. Il termometro non promette nulla di buono. Il Centro Funzionale Decentrato della Protezione Civile ha dichiarato la fase operativa di attenzione (da riconfigurare a livello locale in fase di pre-allarme o allarme) per gelate. Quindi, attenzione per chi deve spostarsi in auto.

 

Occupati in calo: il mercato del lavoro scricchiola

Safilo e Acc Wanbao: quasi 700 posti di lavoro a rischio

 

Un fantasma si aggira per la provincia. Il fantasma della crisi del manifatturiero. Il Bellunese ne ha già fatto le spese a ridosso del 2008. Safilo Calalzo, Invensys, Ferroli di Alano… sono solo alcuni esempi di chi non ce l’ha fatta. Strascichi più o meno lunghi si sono riversati su altre aziende, che ancora oggi annaspano. Senza contare che l’occhiale oggi traina, ma non è detto che continuerà a farlo in eterno. In mezzo a tutto questo, i problemi annosi della ex Zanussi, passata di mano in mano e spolpata pezzo per pezzo fino ad arrivare ai cinesi; e la nuova crisi scoppiata in Safilo. 

Intanto, anche il mercato del lavoro in provincia comincia a mostrare qualche scricchiolio. Al netto di quanto sta accadendo in Acc Wanbao.

I NUMERI 

I dati sono riferiti al primo semestre 2019 (l’osservatorio di Veneto Lavoro ha già i numeri aggiornati a dicembre, ma solo a livello regionale, non per provincia). E dicono che c’è stata una perdita di posti di lavoro. Il saldo tra assunzioni (16.810) e cessazioni (18.050) dice -1.240. E poco importa se i nuovi rapporti di lavoro sono maggiori rispetto al primo semestre 2018 (14.975), perché nel giugno di un anno fa il saldo era positivo (+955).

I dati dicono che nel primo semestre 2018 era maggiore la propensione di crescita (con 4.230 assunzioni di lavoro somministrato), mentre quest’anno prevalgono le incertezze del mercato con conseguente riduzione delle somministrazioni dentro le aziende (-605).

Rispetto all’inizio della crisi del 2008, al 30 giugno risultano persi 825 posti; il conto diceva 8.000 tondi nel 2014. Quindi il bicchiere rimane mezzo pieno? A dirla tutta no, perché ci sono alcune differenze non di poco conto. A cominciare dalla maggiore precarietà (nel 2008 prevaleva il tempo indeterminato, oggi non più). Per proseguire fino alla quantità e qualità del salario, che oggi risulta mediamente inferiore rispetto a undici anni fa. 

POTERE DELLO SPOPOLAMENTO

Eppure il livello di disoccupazione rimane molto basso. Più basso rispetto alle altre province del Veneto. Secondo il sistema statistico della Regione Veneto, il tasso di occupazione nel Bellunese a inizio 2019 era del 51% (perfettamente in linea con il dato regionale, al 50,9%). Soprattutto nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, e in quelle 35-44 e 45-54 anni la provincia dolomitica segnava il miglior risultato di tutto il Veneto.

Possibile? Sì. È l’effetto dello spopolamento. Cala la popolazione e quindi decresce anche il numero di inoccupati. Lo faceva notare anche la Cgia di Mestre, nel suo report della primavera 2018: «Il tasso di occupazione risulta elevato e in aumento; se guardato singolarmente, rischia di dipingere la provincia di Belluno in crescita occupazionale. Il tasso è invece aumentato per il crollo del denominatore che lo calcola, ovvero della popolazione in età lavorativa, perché gli occupati in termini assoluti sono diminuiti».

 

Provincia dal ministro Boccia: «Servono strumenti adeguati»

 

La Provincia bussa alle porte di Roma. E ad aprire trova il ministro Francesco Boccia. Il presidente Roberto Padrin ha incontrato il titolare del ministero legato agli Affari Regionali e alle Autonomie. Parecchi i temi sul tavolo. E un paio in particolare: la tutela e la valorizzazione delle zone montane. Due argomenti che saranno affrontati in maniera dettagliata anche nei prossimi Stati Generali della Montagna, in programma a fine gennaio.

REPORT

A questo proposito, l’inquilino di Palazzo Piloni ha consegnato al ministro un report sullo spopolamento del Bellunese, elaborato dagli uffici della Provincia: «I numeri sono quanto mai allarmanti - ha spiegato Padrin -. E hanno destato l’interesse del ministro, che pur conosce bene la situazione. Il tema dello spopolamento e della strategia per affrontarlo non più essere differito. Da qui la richiesta di tutte e tre le Province interamente montante di avere a disposizione gli strumenti adeguati per governare questo fenomeno. Per quanto riguarda Belluno, ci siamo fatti portavoce di alcune idee che potrebbero rivelarsi utili a contrastare la crisi demografica e che saranno affrontate concretamente ai prossimi Stati Generali. Da parte mia, ringrazio il ministro Boccia per l’attenzione». All’incontro erano presenti pure Roger De Menech, in qualità di presidente del Fondo Comuni di confine, e l’onorevole Enrico Borghi (consigliere del ministro), oltre ai presidenti delle altre due Province interamente montane: Arturo Lincio (Verbano-Cusio-Ossola) ed Elio Moretti (Sondrio).

 

Spopolamento, è allarme rosso: «Diamo il via a un piano condiviso»

Entro quattro anni al massimo la provincia conterà meno di 200mila abitanti. Lo spopolamento quindi non dà tregua al Bellunese. È questo il dato emerso dal report che il presidente Roberto Padrin ha consegnato al ministro Boccia qualche giorno fa e che è stato illustrato oggi in conferenza stampa. Un dato forse immaginabile da tempo. Ma i cui contorni non erano ancora così ben definiti. Un dato, in ogni caso, su cui la Provincia di Belluno ha intenzione di agire. «Stiamo predisponendo una serie di azioni combinate che rappresentano una possibile ricetta per governare e risolvere questo fenomeno» ha detto Padrin. «Le prossime tappe saranno l’assemblea dei sindaci di martedì 17 dicembre, in cui illustreremo i programmi possibili. E poi il 31 gennaio, con gli Stati Generali della Montagna».

IL DATO
Già, la montagna. È proprio questa la zona che perde abitanti. I dati disaggregati per Unione Montana lo mostrano chiaramente: Belluno-Ponte e Valbelluna reggono il confronto con la demografia e anzi, in alcuni casi guadagnano popolazione. Tutto il resto, invece, è noia. O meglio, è in grave difficoltà. Significa che è in atto da anni un piccolo flusso migratorio interno, per cui dalle “terre alte” la popolazione tende a spostarsi verso la Valbelluna. E poi c’è anche un altro movimento: la gente si sposta dalle frazioni più marginali verso il centro di riferimento di ogni vallata. Come mai? La causa è abbastanza semplice: di fatto, la demografia segue gli assi infrastrutturali e i servizi; dove ci sono, il problema demografico è limitato, dove non ci sono è crisi nera. In tutto questo, la provincia di Belluno conta a oggi 202.950 abitanti. A metà degli anni Novanta erano oltre 211mila. Se si va ancora più indietro si arriva a oltre 224mila. 

IL CONFRONTO
Un problema di montagna? Assolutamente no, perché Trento e Bolzano non perdono popolazione, la guadagnano. L’Alto Adige, ad esempio, era a 436mila abitanti nel 2002, oggi invece veleggia oltre quota 520mila. Trento era a 477mila nel 2002, oggi è oltre i 538mila.
«È proprio per questo che siamo stati a parlare con la Provincia Autonoma di Bolzano, per sapere come hanno fatto loro, negli anni, a non perdere residenti, ovviamente al netto delle risorse economiche che hanno a disposizione a differenza nostra» ha spiegato Padrin. 

LA RICETTA
La cura per la demografia malata al momento non c’è. Ci sono però due ricostituenti molto validi: «I Mondiali di Cortina 2021 e le Olimpiadi invernali 2026 - ha detto Padrin -. Dobbiamo fare in modo che l’onda lunga di questi due eventi planetari arrivi ben oltre Cortina e si allarghi a tutta la provincia. Adesso abbiamo la fotografia della situazione del nostro territorio. Ci metteremo insieme le azioni da concordare con tutto il territorio e gli Stati Generali. È quello che abbiamo proposto anche al ministro Boccia e abbiamo incassato il suo appoggio».

 

Safilo e Acc Wanbao: quasi 700 posti di lavoro a rischio

 

Il numero 400 sommato a 290 dà come risultato 690. L’operazione è tanto elementare, quanto drammatica. Perché dal punto di vista strettamente matematico stiamo parlando di una addizione, ma sotto il profilo lavorativo è una sottrazione. E fra le più dolorose. Le cifre in questione, infatti, sono legate ai possibili esuberi di due grandi realtà industriali della provincia di Belluno: la Safilo, che ha sede nel Longaronese, parla di lasciare a casa 400 persone, mentre l’Acc Wanbao vede a rischio 290 dipendenti.

PIANO INDUSTRIALE
Partendo dalla Safilo, l’addio del marchio Dior ha scatenato un effetto a catena così dirompente da indurre la proprietà a presentare un conto salatissimo: 700 esuberi in totale, 400 dei quali solo a Longarone e una cinquantina a Padova, mentre lo stabilimento friulano di Martignacco (250 addetti) chiuderà addirittura i battenti. Il quadro è drammatico: «Prendiamo atto di un’importante situazione di difficoltà che mette a rischio la sopravvivenza della stessa Safilo - spiegano dal coordinamento Rsu - ma non è possibile che siano sempre i lavoratori a pagare per scelte e strategie inadeguate, adottate dall’azienda. Pertanto, abbiamo richiesto di bloccare ogni qualsiasi procedura, così da dare inizio a un confronto sulla situazione generale del Gruppo per individuare strumenti e azioni a tutela dei lavoratori dichiarati in esubero, coinvolgendo tutte le istituzioni».

CORTEO
Attenzione al massimo pure per l’altro caso. Lavoratori e sindacati, esponenti politici e uomini di fede. Compresi i vescovi di Belluno-Feltre, Renato Marangoni, e di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo. Tutti uniti in corteo, martedì scorso, per esprimere un fermo e incontrovertibile “no” alla chiusura dell’azienda Wanbao-Acc di Mel. Più che una manifestazione, è stata una mobilitazione. «Per noi Acc sono 290 famiglie, uno stabilimento strategico del freddo - ha spiegato Rudy Roffarè, segretario generale aggiunto della della Cisl Belluno-Treviso -. Chiediamo alla proprietà tempo per portare avanti un’importante attività e non perdere altri posti di lavoro in aziende collegate. Diciamo basta con acquisti selvaggi per il rapido profitto senza investimenti. Basta farci derubare della nostra storia industriale. Servono investimenti, industria 4.0, ambiente, infrastrutture». Roffarè chiede sponde: «Abbiamo idee, proposte, contenuti, ma c’è bisogno del sostegno della politica, di investimenti pubblici, di avere un’idea di futuro. La politica non deve muoversi solo quando a toccarci è l’emozione del momento. Non viviamo solo di emozioni: progettiamo, anticipiamo, guardiamo lontano».

BELLUNO NON SI ARRENDE
A proposito di politica, è in calendario per martedì 17, a Roma, un tavolo di confronto a Roma tra azienda, organizzazioni sindacali, Regione e ministero per lo Sviluppo economico: «Non ci arrendiamo. Anzi, rilanciamo la vertenza per salvare questa azienda, questo territorio, questo Paese. Non daremo tregua a Wanbao, al Governo, alle istituzioni e alla politica: alziamo le nostre ragioni e la nostra voce. Serve un colpo d’ala. Gridiamolo con forza: Belluno non si arrende».

RICONVERSIONE INDUSTRIALE
E non si arrende neppure la Provincia, con i consiglieri Franco De Bon e Ivan Minella: «Lo stabilimento di Mel, che oggi produce compressori, può rimanere un polo produttivo in grado di affrontare il mercato. Dobbiamo puntare sulla riconversione industriale». Minella rimane fiducioso: «Da sempre il manifatturiero bellunese si contraddistingue per grande qualità e tenacia dei lavoratori. Certo, ci preoccupa questa speculazione dei mercati e anche degli investitori stranieri, che stiamo vedendo negli ultimi anni. Siamo però convinti di poter risolvere la questione». Il futuro lavorativo di quasi 700 persone è appeso a un filo. E il Natale, improvvisamente, non è più così bianco.

 

Sostegno ai genitori di montagna: ora c’è il “Nido in famiglia”

Fare i genitori è un mestiere complicato. E in montagna, lo è ancora di più. Ma ora c’è una nuova opportunità. O meglio, un progetto: il “Nido in famiglia”. Entrando nello specifico, si tratta di una forma di sostegno alle nuove mamme e ai nuovi papà. E rappresenta una corretta mediazione tra la struttura organizzata dell’asilo nido classico e l’assenza totale di servizio nei piccoli centri di montagna: la proposta di gratuità, avanzata dal governo centrale per gli asili nido, si scontra infatti con la loro mancanza in gran parte del territorio bellunese.

POSSIBILITÀ CONCRETA

Il “Nido in famiglia” diventa quindi una possibilità concreta: è regolamentato dalla legislazione regionale, fornisce garanzie di gestione sia del percorso educativo, sia di quello della cura fisica del bambino dai 3 mesi ai 3 anni, con educatrici abilitate e certificate, spesso loro stesse mamme con un figlio di quell’età; può contenere al massimo 6 bambini, in una casa dotata di abitabilità e in sicurezza per la prima infanzia. Nei suoi progetti per il 2020, Fondo Welfare e Identità Territoriale intende favorire il sorgere di queste strutture, quale forma di servizio per la genitorialità nei territori meno popolati del Bellunese; anche attraverso l’erogazione di contributi per il corso abilitante della persona che intende istituire un nido in famiglia (come previsto dalla Dgr 153 Regione Veneto del 16 febbraio 2018), e finanziando la formazione dei gestori ed educatori. Inoltre, il Fondo accompagnerà passo dopo passo l’avvio di queste strutture. 

COLLABORAZIONE

«Questo è il primo progetto nato dalla collaborazione di Cgil e Diocesi, rappresentate nel Fondo rispettivamente dal segretario generale Mauro De Carlo e dal responsabile per la pastorale sociale don Mario Doriguzzi - spiega la presidente del Fondo Francesca De Biasi -. Due anime che non collaborano abitualmente per progetti comuni, ma che il Fondo è riuscito a unire per lo stesso scopo. I nidi in famiglia sono soluzioni flessibili, utili anche a supporto dei genitori quando accedono ad altri servizi; in più, concilia il tempo del lavoro e della famiglia indispensabile nelle aree montane. Verrà dunque proposto dapprima nelle aree dove i nidi non ci sono, e poi anche dove i nidi non coprono il fabbisogno o comunque non in modo flessibile. Non vuole porsi in concorrenza, ma a integrazione dei servizi offerti dai Comuni o dai privati, soprattutto in quei luoghi dove l'assenza di alternative è motivo di abbandono del lavoro o condiziona l’idea di avere un figlio. Chi volesse sostenere l’iniziativa, può farlo attraverso l’Iban del Fondo, IT96-P033-5901-6001-0000-0165-485, intestato al Comitato Fondo Welfare e Identità Territoriale; causale: progetti contro lo spopolamento, oppure progetto nidi in famiglia».

 

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