Allerta sulle infiltrazioni mafiose: Prefetto e Comuni firmano l'intesa per la legalità

La ripartenza dopo il lockdown aumenta l’appetito delle organizzazioni criminali, attratte dalla possibilità di poter reinvestire facilmente i propri illeciti profitti.

Bisogna tenere gli occhi bene aperti. E collaborare insieme. Questo il senso dell’ “Intesa per la legalità, lo sviluppo del settore ricettivo–alberghiero e nelle attività economico-commerciali e la prevenzione dei tentativi di infiltrazione criminale”, firmata ieri mattina a Palazzo dei Rettori tra il prefetto di Belluno, Adriana Cogode, i sindaci di Belluno, Auronzo, Alleghe, Borca, Cortina, Falcade, Livinallongo, San Vito, Selva di Cadore, Val di Zoldo e il presidente di Confcommercio Belluno, Paolo Doglioni. Tutti insieme a formare una barriera contro le attenzioni delle consorterie criminali in un settore – quello turistico ricettivo – particolarmente colpito dall’emergenza epidemiologica Covid-19. 
 
L’intesa prevede il potenziamento del sistema di cautele previste dall’ordinamento antimafia, con il rafforzamento dello scambio di informazioni tra i soggetti coinvolti per intercettare ogni possibile fenomeno di riciclaggio di denaro, usura, estorsione o interferenze in stile mafioso nei riguardi della libera attività imprenditoriale. In particolare, i Comuni aderenti sottoporranno alla verifica antimafia tutte le Scia (Segnalazioni certificate di inizio di attività) di nuova apertura e, al contempo, la Prefettura, anche attraverso il Gruppo Interforze, eseguirà gli accertamenti previsti dalla vigente normativa, ai fini di un attento monitoraggio per il rilascio della documentazione liberatoria antimafia.
 
All’accordo hanno aderito anche Confcommercio Belluno e Federalberghi le quali si sono impegnate a diffonderne i contenuti presso i propri associati, anche mediante la redazione di apposito materiale informativo.
 

 

Manifatturiero sotto effetto Covid: previsioni di recupero non prima del 2021

Produzione in picchiata, crollo del fatturato e ordini in grossa crisi. Sono i sintomi del Covid sul manifatturiero bellunese. Inevitabili gli effetti del lockdown sulle imprese della provincia dolomitica. Il rischio però è che adesso la convalescenza sia lunga. Perché il ritorno alla normalità, per un’attività produttiva, è ancora distante.

Lo dicono i numeri dell’ultima indagine della Camera di Commercio di Belluno e Treviso (su dati e stime Unioncamere Veneto). L’ufficio studi ha messo insieme un’ottantina di imprese bellunesi, per oltre 2.500 addetti. E ha fotografato la situazione del primo trimestre 2020, tra i primi effetti del lockdown e le sensazioni per l’immediato futuro. Risultato? Disastro diffuso, o quasi.

La produzione industriale ha conosciuto una contrazione del 9% rispetto al trimestre precedente. Per le attività sospese la contrazione è stata del 12,3% (se si guarda la variazione rispetto al 2019, si arriva a -11,7% nella produzione e -15,7% solo nelle attività sospese). Per trovare una caduta di pari intensità bisogna risalire al 2009, anno di avvio della grande crisi. I dati sul fatturato confermano il quadro (e forse lo connotano in termini ancor più gravi): la caduta congiunturale infatti è del -11,3%. Si salvano (si fa per dire) solo gli ordinativi, figli della proiezione all’estero dell’occhialeria: +2,6% su base trimestrale e +0,9% su base tendenziale annua. Ma le previsioni da qui alla fine dell’anno sono nerissime. 

Il 65% delle imprese intervistate prevede ulteriori, ampie contrazioni di produzione e fatturato che vengono stimate anche nell’ordine del -20% rispetto al primo trimestre 2020. Alla domanda su quale possa essere un orizzonte temporale di recupero delle perdite di fatturato, quasi l’80% delle imprese intervistate ritiene che difficilmente il recupero potrà avvenire entro l’anno. Solo un 15% conta in un ritorno alla normalità entro la fine del 2020.

 

«Ripartire dalla sicurezza». Il manifesto dei sindacati per il Primo Maggio

Sarà un Primo Maggio diverso: nessuna manifestazione di piazza, nessun corteo, in ottemperanza alle norme anti contagio. D’altra parte il coronavirus non fa sconti. Non lo dicono solo le cifre dell’emergenza sanitaria, ma anche quelle (altrettanto tragiche) legate al mondo del lavoro.

Sì, perché il lockdown ha amplificato esponenzialmente una situazione che già a fine 2019 dava segni di flessione, come hanno spiegato questa mattina in videoconferenza i segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil. L’anno scorso si è chiuso con 2000 assunti in meno rispetto al 2018: 33.355 quelli del 2019, 35.445 un anno prima. Grosse difficoltà soprattutto nel settore dei servizi, che dopo alcuni anni con trend positivo ha chiuso con – 1.130 assunzioni. E a fronte della crescita di rapporti a tempo indeterminato nell’industria (+ 1.435) e nel Made in Italy (+ 1.080, in gran parte per il nuovo contratto siglato da Luxottica), c'è stato un calo dei rapporti di lavoro somministrato, sia a tempo indeterminato (- 230) che determinato (- 1.200). Ma tutto questo è poco rispetto a quel che sta per accadere. A livello nazionale è previsto un calo del Pil del 9%, una crescita del deficit del 5% e un aumento del debito pubblico, che sfiorerà quota 150% sul Pil. A livello locale, ci sarà da soffrire. Gli effetti più nefasti – rimarcano i sindacati – si vedranno solo fra qualche mese, ma già adesso i numeri fanno impressione. Basta citare un dato: 1.300.000 le ore di cassa integrazione richieste ed autorizzate in queste settimane, un incredibile aumento del 2.486% nei primi tre mesi dell’anno, che fanno di Belluno la provincia leader in Veneto, dove l’aumento medio è del 400%. Anche qui, come nelle assunzioni, c’entra il colosso dell’occhialeria, perché alla sede agordina di Luxottica vengono conteggiate anche le ore di cassa integrazione richieste per gli altri stabilimenti italiani. «Ci aspettano tempi duri – commenta De Carli –  e la soluzione deve passare attraverso l’Europa e gli strumenti che metterà in campo».

Quindi, cosa aspettarci dal futuro? «Sono molto preoccupato per il lavoro e per la tenuta sociale – spiega Rudi Roffarè, segretario aggiunto della Cisl – perché questa crisi porterà maggiore povertà, a causa della riduzione dei redditi e alla perdita di molti posti di lavoro, in un’area già segnata dalla spopolamento e dalla crisi dei servizi». Un aiuto potrà arrivare dal Fondo welfare, «che potrà potenziare alcuni interventi» e dal tavolo per le politiche attive rilanciato in Provincia. «Serve un nuovo patto territoriale», conclude Roffarè.

Ma il lavoro che verrà (ed è il tema centrale del Primo Maggio di quest’anno) dovrà ripartire dalla sicurezza, come spiega Giorgio Agnoletto (Uil). «Ma non bastano mascherine e guanti, si tratta di ripensare l’intera organizzazione del lavoro». Servono investimenti, anche nella sanità, «per la quale andranno utilizzati i fondi europei».

Il pensiero finale dei segretari va agli operatori sanitari, in prima linea da due mesi e che hanno scontato l’incapacità dell’Italia di saper programmare. «Se lo Stato centrale – accusa De Carli – ha badato solo a mantenere l’esistente, anche le Regioni hanno puntato solo sul contenimento della spesa. Un tema sul quale il sindacato si batte da sempre e che è tornato d’attualità nella discussione sul nuovo piano socio sanitario del Veneto, per il quale la formula magica era “invarianza delle risorse”. Ma con l’inflazione al 4% questa invarianza non può esistere, a meno di diminuire i servizi». Infine, la Case di riposo, spesso «Luogo di contrapposizioni delle diverse amministrazioni comunali, che hanno impedito un rapido intervento nel momento dell’emergenza, quando invece le strutture andavano chiuse subito. Nessuno era preparato a gestire l’emergenza, non c’era personale sufficiente per perimetrare le aree di contagio ed è mancato il coordinamento, almeno all’inizio, da parte dell’Ulss.  «Abbiamo chiesto al prefetto e al direttore dell’Ulss 1 – aggiunge roffaré – di istituire un tavolo di coordinamento. Perché con Covid – 19 ci dovremo convivere al lungo e le strutture per anziani non potranno essere lasciate sole».

 

Cauto ottimismo: l'occhialeria vede bene la ripresa post Covid

Se non sa guardare lungo l’occhialeria, c’è da preoccuparsi. E visto il periodo nero, forse ci sarebbe qualche motivo di ansia. Invece, gli operatori pensano positivo: stanno affrontando la crisi Covid con ottimismo e il futuro non sembra essere troppo grigio. Lo dice un’indagine proposta da Mido e Anfao (Associazione Nazionale Fabbricanti Articoli Ottici) alle imprese della filiera dell’occhiale.

Il progetto, “Insieme per il futuro dell’eyewear”, ha intervistato 100 aziende italiane e 100 straniere (70% europee, 15% asiatiche e il restante 15% suddiviso tra americane e mediorientali). Due i temi scandagliati: l’emergenza e come è stato affrontato il lockdown; e quali sono le prospettive future. Le risposte, soprattutto quelle provenienti dall’Italia, sono ottimiste. 

Le aziende del made in Italy vedono un mojito in una grandinata: sostengono che la crisi non necessariamente è un danno, ma può costituire un impulso di trasformazione e crescita, anche sul digitale; tant’è vero che quasi la metà degli intervistati italiani non ha timore per il futuro. Inoltre, sia gli stranieri sia gli italiani sono convinti che, con le giuste misure, si tornerà a un aumento organico del fatturato entro i prossimi tre anni. L’unico neo? La scarsa fiducia nelle istituzioni: mentre all’estero temono i mercati, in Italia a spaventare è il livello della politica. 

«Nonostante la battuta d’arresto causata dall’emergenza sanitaria, siamo soddisfatti di aver riscontrato resilienza e forza di volontà da parte del sistema dell’occhialeria italiana, l’inizio per una forte ripartita di cui tutti sentiamo il bisogno – afferma Giovanni Vitaloni presidente Mido e Anfao -. Vogliamo con determinazione realizzare a settembre un’edizione speciale di DaTE, il salone dell’occhialeria d’avanguardia. Da settimane stiamo lavorando sull’ottimizzazione organizzativa e la messa in sicurezza della manifestazione e continuiamo a impegnarci quotidianamente sull’organizzazione di Mido 2021».

 

«Impensabile tornare indietro». Confindustria punta tutto sulla sicurezza

Uniti per la sicurezza. È questo il messaggio inviato da Confindustria Belluno Dolomiti a tutti gli imprenditori associati. Una lettera della presidente Berton per ribadire un concetto tanto semplice quanto importante: guai tornare indietro. 

«Siamo nella “fase 2” e dobbiamo fare tutto il possibile per non tornare indietro. Sarebbe letale tornare a richiudere» il messaggio di Berton, che solidarizza poi con quelle realtà ancora chiuse e rimprovera al Governo eccessiva “incertezza” nei tempi e nella gestione del nuovo corso dell’emergenza.

«L’avvio della “fase 2” non significa che l’emergenza sanitaria sia finita e che si possa tornare a una nuova normalità - scrive Berton agli associati -. Gli esperti ci ripetono quotidianamente che proprio in questo momento è vietato sbagliare, perché un incremento dei casi porterebbe a nuove chiusure, sia pure localizzate. È uno scenario che dobbiamo evitare, perché provocherebbe ulteriori colpi a un sistema economico e industriale già messo a dura prova».

Da qui l’invito della presidente ai colleghi e a tutti i collaboratori nelle fabbriche a non abbassare la guardia: «Dobbiamo continuare ad assumere tutti quei comportamenti utili a evitare nuovi contagi: distanziamento sociale, uso della mascherina e dei guanti, igiene personale». 

Insomma, l’appello è alla ripartenza sicura. Anche se qualcuno è ancora costretto a tenere chiuso, come i commercianti, i negozi, le partite Iva... «A loro va tutta la mia solidarietà - prosegue la presidente Berton -. Sono preoccupata anche per la tenuta economica e sociale delle nostre comunità. Penso in particolare al turismo, alle prese con una stagione invernale finita in anticipo e una estiva ancora da decifrare. Gli operatori si stanno organizzando per favorire la riapertura, garantendo condizioni di massima sicurezza, sia per gli utenti che per il personale. L’incertezza, purtroppo, non favorisce la necessaria programmazione: anche di questo il Governo dovrà assumersi tutte le sue evidenti e gravi responsabilità».

 

Cinque milioni per supportare le imprese. E spiragli per il turismo

Cinque milioni di euro per supportare le imprese invischiate nell’emergenza. Di questi tempi, vale tanto quanto un vaccino per il Covid. 

La bella notizia arriva dal presidente della Camera di Commercio: «Metteremo a disposizione 5 milioni per supportare le imprese. Un importante risultato ottenuto con la Giunta camerale grazie al riposizionamento delle risorse». Ma c’è anche un’altra bella novità: infatti, il segretario generale della Camera di Commercio Italiana per la Germania Eliomaria Narducci ha esposto alle categorie economiche di Belluno l’aggiornamento sulla situazione in terra tedesca. Non senza qualche spiraglio estremamente positivo per le Dolomiti. A quanto pare, infatti, il turismo potrebbe essere tra i primi settori a ripartire, anche grazie alla Germania. Il tutto dopo la crisi, ovviamente.

«Le restrizioni sociali hanno portato chiaramente alla chiusura delle imprese delle ricettività della ristorazione quindi alla cassa integrazione dei dipendenti - ha illustrato Narducci -. Alle micro e piccole imprese, quelle con meno di 10 dipendenti, che rimangono chiuse vengono dati dai 9mila ai 14mila euro una tantum. La Lufthansa ha il 90% della flotta a terra e quindi ci sarà sicuramente una difficoltà di tenuta della compagnia. Da ciò si desume che nel breve termine il turismo sarà quello delle mete che si possono facilmente raggiungere in macchina e l’Italia dunque sarà tra le destinazioni preferite».

 

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